lunedì 9 aprile 2018

Che sagoma!

Comunque, c'era sicuramente qualcosa che stavo dicendo, l'altro giorno.

Probabilmente stavo parlando delle solite cose, del diavolo, delle olive ascolane, del marmo egizio, delle combo devastanti che posso tirare fuori in Magic, del gelato alla crema o, più probabilmente, di tutte queste cose assieme, magari usandole come arguta misdirection per portare l'attenzione su qualcos'altro. 

Che poi io usi un inglesismo è raro, ma credo che "misdirection" sia proprio il termine tecnico per indicare quella tecnica che i bravi prestigiatori usano per portare l'attenzione altrui su qualcosa, in modo da garantire la riuscita del trucco. Io usavo la lingua italiana senza inglesismi e prestiti vari prima che quel cialtrone di Fusaro facesse il social-imbecille per dimostrare una forma di celodurismo linguistico reazionario e anticapitalista, che qualche altro imbecille ha osato perfino definire marxista; e allora via, sì, diamoci alle definizioni a caso, chiamiamo mozzarelline le olive ascolane e comprensibile rallentamento dei tempi il ritardo del pizzaiolo nel portarmi la pizza, che sabato pure mi sono girate le palle per il fatto che non avessero più la Peroni, e senza Peroni dove andremo a finire dico io, in un'Italia del duemila e diciotto.

Probabilmente nella stessa Italia dove, una settimana fa, pioveva come mai mi sarei aspettato, o mi sarei voluto aspettare, durante il weekend di Pasquetta, occasione più unica che rara per grigliare bestie di ogni genere su griglie e grigliette più o meno portatili, più o meno a legna, più o meno a carbonella. Più o meno simili a quelle che ho usato negli ultimi dieci, quindici anni di grigliate con gli amici, che da sempre quando mi fanno delle foto faccio delle facce terrificanti, quasi peggiori delle foto promo dei Sepultura nei primi dischi - e il fatto che l'ultima foto che mi ritrae così mi veda indossare con disinvoltura una maglietta degli Aura Noir non contribuisce.

No in effetti a pensarci non era l'ultima, ma la penultima; nell'ultima facevo il gopnik con la felpa Leone arancione, risposta italiota alla Adidas. E anche allora facevo comunque l'imbecille. Alla fine della fiera potrei riflettere sul mio gusto a mandare in merda praticamente tutte le situazioni, a fare l'imbecille, ad attirare l'attenzione, a fare l'imbecille - l'ho mica già detto? - a cercare in qualche modo di... 

...Direi di fare l'imbecille.

Effettivamente risulta fastidioso spesso, e me ne rendo conto; chi mi conosce un momento più a fondo sa di una natura più modesta, sotto la quale rimane una terza natura nuovamente imbecille, e così via, un loop di imbecillità continua, o perlomeno forse è così. Non saprei dirlo, dovrei chiedere a qualcuno che non conosco, a un passante.

Questa non è però la sede, o perlomeno l'occasione, o il post, dove parlo di me - come al solito - o rifletto su questo o quel punto di vista matto relativo a quella o questa tematica per capire chi sono, dove sono, e quanto sono imbecille. Per criticare qualcosa partendo da me stesso - sia nel senso che sono la prima cosa che critico, sia quella che uso come riferimento per criticare il prossimo, o per portare l'attenzione su qualcosa che vedo solo io, come l'Orso Gelsomino (non nel senso che solo io vedo l'Orso Gelsomino, nel senso che vedo le cose come faceva lui, e se non sapete precisamente chi sia l'Orso Gelsomino, occorre urgentemente un ripasso della letteratura di Buzzati).

Tante cose possono essere. Ad esempio l'altro giorno, sul lavoro, ho conosciuto personalmente una persona che, fino ad allora, era rimasta una voce disincarnata, sentita solo telefonicamente nei numerosi contatti che animano il palazzo entro cui la mia azienda ha sede e manipola silenziosamente il traffico dei servizi alle altre aziende - ma non farò altri nomi, per timore di ritorsioni e coltelli aziendali alla gola.

Questa persona, sinora, si era distinta essenzialmente per due difetti: l'incredibile sgarbatezza a telefono, e la sua fortissima miopia, per la quale, spesso - povera! - vedeva a fatica il monitor, creando errori e difficoltà nel lavoro di tutti gli altri. E forse, la cosa era alla base della suddetta sgarbatezza.

Eppure, questa persona, conosciuta dal vivo, ha dimostrato di essere decisamente più sulla mia lunghezza d'onda - lavorativamente parlando - del previsto. Precisa, puntuale, volta a delegare il proprio lavoro a qualcun altro solo quando indispensabile e quando sicuramente scritto e organizzato (intendi: non girare la patata bollente - e disfatta - a qualcun altro), e, soprattutto, senza paura del lavoro.

Così ha detto.

"Non dovete avere paura del lavoro" - dice - "Il lavoro deve piacervi, se no non ha senso stare qua; non dovete aver paura del lavoro, dovete essere voi a controllarlo". Parole sagge. Parole saggissime.

Parole che ti invogliano a ricordare quanto normalmente sei imbecille, e allora escono fuori tutte quelle altre cose che dicono psicologi e altri scienziati sociali dell'animo, escono fuori le "valvole di sfogo", il "bisogno di apparire", la "necessità di attenzioni", "l'uscire dai ruoli sociali" - cosa secondo cui essendo io una macchina sul lavoro devo diventare un demente appena fuori.

La cosa in effetti quadra. Esistono situazioni dove riesco ad essere particolarmente demente, o perlomeno mi piace pensare di non conoscere momenti in cui non riuscirei a buttare tutto all'aria con una battuta o una cosa del genere, è un po' un marchio di fabbrica. Come Spiderman dei primi tempi. 

Come dire.

Qualche giorno fa sono stato richiamato dalla mia responsabile; era abbastanza scocciata perché avevo involontariamente fatto un piccolo guaio. E aveva, da persona matura e buon capo qual'è, deciso di illustrarmi l'errore, sincerandosi che non lo facessi più.

"Ed allora, hai capito, ti riporto questo fit - no scusa questo feed ("feed" si pronuncia "fid", e il capo ha involontariamente detto "fit", ndr fondamentale per capire la situazione)..."

"Eh, quello lo vorrei essere io" - la interrompo.

"Cosa?"

"Fit. Vorrei esserlo io" (atletico, ndr)

Lei si ammutolisce. Poi ridacchia.


"Eh, anche io, non a caso faccio anche una dieta che mi costa miliardi ma niente... Comunque, cosa stavamo dicendo?"

"Il feed"


"Ah il feed, ecco sì, va beh insomma hai capito"

E si è calmata. 

Una misdirection tirata bene. Serissimo, puntuale, poi improvvisamente scemo. Poi di nuovo serio.

Non so dire se lo faccio apposta o no. Non so dire se sono più il personaggio serissimo, che non ha paura del lavoro, o il povero sprovveduto - nonché completamente privo di buonsenso - che fa battutacce al capo potenzialmente incazzato. Forse una combinazione di entrambe, forse serissimo più coglione diviso due, parafrasando Luttazzi.

Boh.

Chi può saperlo.

E intanto, la Pasquetta, dove sono comunque serissimo asadero e autentico coglione bevitore di Fernet - le due cose però in realtà coincidono bene - è passata. Il primo trimestre dell'anno è passato, il nuovo album dei Ninos du Brasil è uscito e io l'ho sentito, la mia dieta inizia a virare verso la modalità estiva, composta essenzialmente di pomodori, cetrioli e cose che non superino i 12° serviti, e il futuro fa finta di essere stabile. Perlomeno, c'è una sagoma di cartone rassicurante, poi dietro non so cosa ci sia, forse i sette cancelli dell'inferno, forse una terrificante maratona tv di film da poco, ma perlomeno la sagoma rassicura.

Poi si vedrà.

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