venerdì 22 dicembre 2017

Natale in casa Westvale.

Morale della favola, siamo finalmente a Natale.

Oh, era anche l'ora.

Mancavano solo trecentosessantacinque giorni al Natale, che io attendo sempre con pazienza.

Coincidenza, quest'anno il Natale cade di weekend, cosa particolarmente comoda per chi lavora, almeno non si spezza la settimana, non qui a Milano, dove la settimana lavorativa è quel totem che tutti venerano, la spinta produttiva e creativa (forse) del Norditalia, quando non dell'Italia intiera. Ed io recupero il lavoro, cavalco nuovi lidi e penso al daffarsi dei prossimi mesi, pianificando e organizzando cose - i conti senza l'oste all'ennesima potenza - senza sapere propriamente "cosa mi succederà". Percepirò uno stipendio e lo terrò da conto, immagino, lavorerò come un matto e diventerò dirigente d'azienda, come ci hanno insegnato a credere.

Nel frattempo, i miei nuovi colleghi si dividono nelle più varie categorie umane, dal collega simpatico al tontolone ma buono, dal tontolone irrecuperabilmente stupido al milanesotto infausto che "non può perdere tempo" e, dietro questa arguta scusa, si lava le mani da ogni responsabilità, scaricando sugli altri settori e lavoratori ogni cosa che esuli minimamente dalle proprie competenze. Foss'anche chieder l'ora.

Mentre io son qua che lavoro benevolo ed alacre, solerte e diligente come un Tau, osservo, come al solito, l'anno passato, riflettendo su come sia stato, questa volta - o anche questa volta? - particolarmente duro. Le difficoltà si sono susseguite, gli ostacoli pure, le volte in cui ci siamo detti "ora mollo" anche, eppure miracolosamente, come quella magia che si crea quando battendo i bianchi ti ritrovi una nuvola nella terrina, senza capire come o perché siamo rimasti in circolazione.

Eppure confermo sempre, la accendiamo e prendo la busta numero tre, confermo sempre che la situazione continua a rimanere pericolosamente precaria e fastidiosa. Nessuna certezza, nessuna garanzia, nessuna stabilità. In realtà ho la sensazione di stare a fissare la vernice che asciuga, visto che in realtà, ad una velocità insignificante, le cose stanno realmente cambiando, qui e altrove, per me e per altri. Sei mesi fa o poco più un amico salutava la nascita della prima figlia, oggi la piccola saltella, un anno fa uscivo con amici a parlare del più e del meno, oggi insultiamo la categoria sociale "commercialisti ladri" e lamentiamo "i lavori in casa fatti male, coi soldi che ci ho speso". Questo solo perché siamo giovani adulti, ma essenzialmente giovani adulti liguri.

Io addobbo il mio primo albero di Natale anche nella casa di Milano, due anni che son qui e non l'avevo ancora fatto mai, vuoi per coincidenze vuoi perché sono stronzo, ma finora non ce ne era il caso. Due anni fa ero stagista, un anno fa pure, ora no, ora rimango sul posto di lavoro ancora un giorno e non faccio in tempo a tornare a casa a fare il cappon magro, ma se mi scappa una sfogliatella la preparo.

Poi ci penso e dico beh sai è inutile nascondersi dietro un mustèlide, sono un giovane adulto, me ne devo fare una ragione. Forse dobbiamo. Forse uno potrebbe anche smetterla di piagnucolare dietro all'adolescenza d'oro, almeno prima di rendersi definitivamente ridicolo, e apprezzare quanto abbiamo ora (dei soldi, per dirne una), visto e considerato che le cose importanti - almeno per me - sono ancora qui, e sono le stesse da quando avevo diciannove anni, cosa che, se vai vedendo, accadeva dieci anni fa.

I miei amici sono ancora lì.

La mia famiglia - quanto ne resta - pure.

Gli affetti sentimentali, travagliatamente, anche.

La voglia di continuare così, insomma, volendo c'è.

Qualcosa ho perso.

Qualcosa spero di recuperarlo presto.

Grazie a tutti per questo anno, è stato difficile ma anche grazie a voi siamo andati avanti.

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