giovedì 25 settembre 2014

Post scemi che diventano seri, tipo questo.

"Buongiorno salve volevo lasciare un curriculum, ecco lo lascio qui eh, mi faccia sapere arrivederla".

Sento che questa frase, in varie combinazioni lessicali o formali, mi accompagnerà nei prossimi mesi. Questo perché, aggiornando il post degli ultimi giorni, ho finito-finito. La tesi è consegnata, i libretti sono a posto, le date ci sono (sebbene ancora non ufficiali), solite cose via. Sospetto che la mia tesi porti scalogna, come e peggio dell'Olandese Volante, e difatti ora mi sincererò di consegnarne l'ultima copia rimasta in circolazione - ne parlo manco fosse il Necronomicon - a chi di dovere, che non si sa mai.

Porta un po' di scalogna perché un po' di sfighe in questi giorni mi sono successe, eh. Tipo arrivare a Londra e perdere l'alloggio, o tornare dalla suddetta città - maledetti britannici - e rischiare di perdere il volo di rientro perché calcolo male i tempi della metro, perdo le corriere centro-aereoporto e così via, così discorrendo. Quindi è chiaramente la tesi che porta male, ora me ne devo liberare, la butterò in una colonna di cemento come Jumanji.

Il risultato è che dovevo partire per le vacanze e sono tornato più stressato di prima, seriamente.

Nonché di umore molto peggiore.

E molto più giù di corda del previsto.

Non si direbbe perché fingo bene, almeno quanto una pornodiva da film patinati americani - che si distinguono dagli altri perché gli uomini sono bovini senza fronte e trasudanti addominali. La differenza si nota soprattutto al confronto coi porno italiani, generalmente girati in villini di campagna abbandonati con attrici che nella vita fanno le deputate PD (non so cosa sia peggio). Ma sto divagando, sono tentato a fare un lungo pippotto sull'odio viscerale che provo per Enrique Iglesias, ma ora veramente non c'entra. Torniamo a parlare di cose utili, tipo la frase con cui ho aperto il post.

La situazione la sappiamo tutti; fra 20 giorni (secchi!) laurea, fra 21 giorni (secchi!) disoccupazione. La mia laurea cade di mercoledì - che figata - e pertanto ritengo che almeno almeno fino a lunedì successivo, che è il 20, potrò riposarmi. Il venti mattina inizia il drill dei curricula in giro, delle telefonate, del "vediamo questo posto che mi ha consigliato un amico, forse assumono", del "chiamo quel tizio che mi metta in contatto con quell'altro". Perché come dicono i cinesi - anche se veramente l'ho sentito in Mulan, e quindi se lo dice Mulan lo dicono i cinesi  - "Anche un viaggio di mille chilometri inizia muovendo un piede". E muoviamolo questo piede, iniziamo. Se perlomeno desidero realmente togliermi di casa e tutto il resto. A questo punto, presumo, qualcuno di voi obietterà: "Ci credo che sei stressato, se dopo pochi giorni dalla laurea sei già a sudare dietro un curriculum, insomma prenditi un po' di vacanza".

No.

Qui occorre una precisazione seria ed importante, una cosa che onestamente mi pare di gridare ai quattro venti da mesi, da anni, e che nessuno sta comprendendo, o che, se capita, viene ignorata, ci si passa sopra, si fa finta di niente. Questa precisazione è: io non sono come te. Non intendo dare punti a nessuno, nè fare lezioni, nè mettermi in cattedra e dire chi o cosa ha ragione su quale punto di vista, su che cosa, su chi, su dove. Ma vivo in un sistema dove chiunque, intorno a me, si sente in diritto di dire, fare, pensare in mia vece, porsi davanti al sottoscritto, dirmi che per qualche motivo sto "pensando sbagliato" (e agendo conseguentemente), rispetto agli "altri", alle "persone normali", a "quelli della tua età", a "quelli come te" eccetera, e perciò io, povero pirla, dovrò fare-dire-fidarmi del prossimo, e dire-fare-organizzare cose che non voglio.

Poi se, per caso, desidero fare qualcosa di mio, prendere una mia decisione coincidenzialmente contro il presunto modello standard, a scelta: lo sto facendo apposta per ripicca, non so cosa sto decidendo, sono noioso-palloso-vecchio dentro-diverso-stronzo-stupido ecc ecc, o altro. 

Qualche giorno fa leggevo una vignetta buffa, su internet, che mi dà un po' quell'effetto; il contesto era quello della campagna #notyourshield, recentemente lanciata (per farla molto breve: un gruppo di minoranze varie, neri, omosessuali, lesbiche, orientali eccetera eccetera ha iniziato a fotografarsi-riprendersi per evidenziare ad un gruppo di "difensori" dei diritti dei discriminati che "non avevano bisogno di niente, grazie" e stavano bene così. Soprattutto perché i difensori erano in realtà al 99% bianchi etero). In questa vignetta, una donna nera iniziava un discorso tipo "Sono una lesbica nera, ho deciso che vivrò la mia vita in questo modo" - e un uomo bianco generico la copriva, parlando con un balloon più grande (che copriva il precedente), dicendo "Povera donna nera, lei crede di pensare autonomamente, ma solo noi sappiamo cosa dovrebbe fare, lei dice di essere felice, ma non può esserlo, lo crede perché è vittima di pregiudizi, ma solo noi sappiamo cos'è giusto e sbagliato, la difenderemo noi!".


Ecco, una cosa così.

Io non pretendo di sapere cosa sia giusto o sbagliato per me, anche perché altrimenti sarei Paolo Fox od un altro tipo di veggente. Però pretendo, esigo anzi, di sapere cosa desidero per me. Se voglio smettere di studiare e fare il panettiere, sapendo perfettamente di "sprecare" la laurea, lo faccio; non voglio Soloni vari che spuntano a dirmi - come il mio professore - che "dovrei continuare a studiare perché ho talento". Ho talento. Sono stufo di questa storia del talento, del genio, dello studioso. Sono 20 anni che mi sento trattare da genio assoluto, predestinato a comprendere i misteri dell'universo e della scienza, e che perciò DEVE TASSATIVAMENTE studiare, guai a uscirne.

E così via con tutto. Oggi è giovedì 25, voglio andare in palestra e allenarmi in MMA, e basta. Domani è venerdì 26, ci andrò? Non lo so, lo deciderò. Ma lo deciderò io, è questo il punto. Io non sono come te, tu non andresti mai in palestra di venerdì, preferisci uscire a bere con gli amici. Padronissimo. Ma non venire da me a dirmi che non devo farlo, perché non è normale, perché sono misantropo, perché devo dedicarmi agli amici, perché mi fa male, perché mi stanco. Quante volte mi sono sentito dire "non farlo perché sei stanco". Lo saprò io, o qualcuno vuole prendere residenza nel mio cervello? La coabitazione potrebbe risultare difficoltosa.

Seriamente, basta. Vi ricorderete del post su Vasili (ricercatelo se non vi ricordate), il senso è il medesimo. La vita è una sola, e soprattutto è la mia, come diceva un altro mio professore, questa volta uno serio. E se è mia, mi sento in diritto di gestirla come mi aggrada; so sbagliare da solo, diceva Paperino. E a bella posta ci si riempie la bocca di "diritto alla libertà", di "fai quello che vuoi", ma sono tutti dei "fai quello che vuoi MA dovresti...". E adesso basta. 

Sono strano, sono diverso, sono semplicemente stronzo. Sono uno che in ferie preferisce dormire fino alle undici, andando a dormire alle undici, piuttosto che fare le sei di mattina; perché sì. Perché sono pigro, perché ho i riccioli, perché puzzo, trova il motivo che vuoi. Ma è così. E ti prego, amico, vicino, coinquilino, semplice conoscente (od altri titoli), lasciami dormire. Io non contrasto la tua idea di fare tardi la notte, quindi tu non contestare la mia di fare presto. Siamo scemi uguale, le nostre scelte sono uguali. Non c'è una Met generica a controllare le nostre azioni, a pesarle su bibliche bilance e stabilire quale sia più corretta o idonea. Puoi dispiacerti della mia "diversità", e lo capisco, ma ti chiedo di accettarla, vi chiedo di accettarla, vi chiedo di accettarmi.

E' questo - e pochi lo sanno - il vero discrimine che pongo io verso amici, parenti e conoscenti. La capacità rara di accettarmi al cento per cento, per ciò che realmente sono e penso. Non "sopportarmi", ma "accettarmi". Cosa profondamente diversa. Cosa che consiste, essenzialmente, nel dire "lui è fatto così", e soprattutto nel capire che in questo non mi impongo, perché sto veramente bene così. Persona introversa, bolla esteriore, eccetera eccetera.

Per spiegare la situazione anche ai non udenti - che possono trovare sottotitolato questo post alla pagina 401 del Televideo - farò un esempio. Io, premetto, non faccio uso di stupefacenti vari. Sto bene così. Immaginiamo una serata con gli amici, che si conclude inevitabilmente con la canna finale. C'è qualcosa che non va in questo? No. Accomodatevi, cari amici, fumate con piacere; io, però, vado a casa. Perché questa parte della serata, semplicemente, non mi interessa più. Funziona così per me. Vi impongo forse di non fumare perché ci sono io? No. Voi potete forse impormi di fumare per restare con voi? Nemmeno. La vostra obiezione potrebbe essere: "Ci dispiace che tu debba andare via, quindi se tu ti adattassi/noi ci adattassimo potresti rimanere". Ebbene dico, no, grazie. Seriamente, io sono realmente a posto ad andarmene. Non direi mai, non penserei mai "Che stronzi oh, pur di fumare mi fanno andare via", nè "Bastardi, non sanno rinunciare al fumo per me, e mi costringono ad andare". Ci mancherebbe. Semplicemente è finita lì, vado felice e tranquillo come se niente fosse. E perché vado felice e tranquillo? Perché ho deciso io di farlo, senza costrizioni, in libertà.

La vera libertà sta nel poter dire, volontariamente, sì alle cose. Ma anche no alle stesse cose. Sta nel trovarsi davanti un piatto di pizza fumante e decidere di volerla mangiare - se hai fame o voglia di pizza - o lasciarla lì, senza obbligo. Ma puntualmente, ogni volta che dico "no" a qualcosa, arriva un qualcheduno a dirmi "Non si lascia la pizza! Abbandonare del buon cibo è da sfigati! Mangia la pizza, devi mangiarla, chiunque mangerebbe la pizza, perché tu no? E se non la mangi dai dispiacere a noi che pensiamo che tu abbia del dispiacere, anzi in realtà tu vuoi mangiarla ma fai finta di non volerla" eccetera eccetera.

Spero che ora sia chiaro chi sono e come ragiono. 

Spero che sia chiaro che questo discorso non riguarda i piatti di pizza, ma la mia vita. La vita non è una cosa che puoi vedere in modo miope, pensando a singoli ambiti, uno per uno. La vita è connessione di tutto, è connessione di amici, famiglia, interessi, amore, sesso, conoscenza, scelte, passato, futuro, tutto. E questo significa che la linea con cui la gestisci, alla fine, è una. E quella linea, almeno per me, voglio che sia decisa da me. Vi ringrazio per la preoccupazione, apprezzo la vostra offerta di dell'ottima pizza, so che è sicuramente ottima, ma oggi preferisco la minestra di verdure. Magari domani, sì?

Aggiungo un'ultima postilla, che è quanto chiedo veramente di cuore a chi ho intorno. Il fattore "serenità" del sottoscritto, vi prego, calcolatelo. Immaginate di dover organizzare una vacanza; organizzatevi con comodo, scegliete quello che preferite, discutete fra amici e trovate una linea. Se io in quella linea non rientro, vi dirò: "Mi organizzo da me", oppure "No grazie, la vostra vacanza non fa per me". Voi non fate discorsi tipo "Che palle, dobbiamo girargli attorno", oppure "Ci dispiace che tu non ci sia"; perché non voglio che la gente mi giri intorno (state sereni), e soprattutto perché se ho detto "No grazie", è un "No grazie" vero. Nel senso che, appunto, sinceramente sono sereno. Detto a rovescio, se desiderassi partecipare a questa vacanza, avrei pensato a qualcosa. Ma se non mi viene in mente nulla, e mi sta bene - mi sta veramente bene - rinunciare, allora vuol dire che va bene così, siate sereni come lo sono io.

Vi è chiaro adesso? Non so se è chiaro, ma questo è uno dei punti più frustranti della mia vita, il cercare di farlo capire. Certe volte c'è da piangere di rabbia, e non è escluso che sia già successo. Accanirmi, incaponirmi per cercare di dire no. Per cercare di essere me, per cercare di essere essenzialmente libero, nel positivo e nel negativo.

Per favore.

Lasciatemi stare.

Ps: i commenti sono molto ben accetti, essendo questa una "questione seria", oltreché un serio sfogo.

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