venerdì 15 agosto 2014

A, e, i, o u, ip-silòn.

Non avevo notato che il post precedente era il centesimo.

Vedi tu.

Cento post a lamentarsi, a dire scemenze, a inventare scenari più o meno comprensibili al prossimo, a fare battutacce ed altre cose così. Avrei potuto celebrarlo un pochettino, tipo sbarco sulla Luna, ma malauguratamente sono un rincoglionito e non ci ho fatto caso.

Quindi festeggerò ora, dai.

A-E-I-O-U-Y!

Ora immaginatevi una musichetta festosa ma triste, tipo quelle di accompagnamento dei programmi del Capodanno che trasmettono su Canale 5, quelle robe con la Barbara d'Urso e cose così. Ecco, ancora qualche secondo... a posto così.


Fine festeggiamenti.


E' Ferragosto, che state facendo? Siete al mare? Siete in montagna? Sicuramente state meglio di me, che in questo momento ho un gran mal di testa; e ce l'ho perché non sono abituato a bere, ma l'altro ieri un caro amico frosinate mi ha fatto un'improvvisata in città. Ora, costui è l'unico al mondo dotato del potere di violare lo status di "tempio" del mio corpo, e di riuscire a farmi bere come se non ci fosse un dio (o come se io avessi sedici anni #yolo). E quindi da due giorni mi porto i postumi (a dire il vero, ieri pure ho nuovamente bevuto, per un altro amico che poi parte va in vacanza non lo vediamo per un po' bla bla bla quelle cose là). Dovrei smettere di bere, oppure iniziare seriamente a farlo.

Almeno situazioni come questa me le eviterei. Tipo, appunto, sgranocchiare aspirine, scrivere sul blog e ascoltare trance italiana fine anni '90. Posso concedere che la terza sia comune anche al resto dell'anno, d'accordo.

Comunque sia, in questi giorni stavo riflettendo; la turbolenza dei giorni estivi e delle ferie mi ha ri-spinto, nuovamente, nella magica condizione di "ciao Vasili" che già esposi qualche post addietro. Dove "qualche" è almeno una decina. Quella condizione che gli esperti, gli ufologi, gli egittologi (stessa cosa) e i pensatori più o meno autorizzati a farlo chiamano "introversione"; quella condizione che io chiamo "vorrei stare per conto mio, grazie". Quella condizione secondo cui continui a sentirti chiamato in causa per qualcosa, andiamo al mare con tizio, aperitivo con caio, bocce da sempronio, freccette al bar di Amilcare (cit.), mangiamo qualcosa, mangiamo un boccone (cit.), e così via. 

E non sempre ne ho voglia.

Non per darmi arie, non per dire che io sono il re e decido quanta della mia attenzione dare ai plebei. Perché non ne ho veramente voglia, perché sono pigro, apatico, o come preferite. C'è una che conosco, che è una di quelle sempre con la valigia in mano, di quelle che le dai due secondi di preavviso ed è già lì, sotto la tua porta di casa, con la borsa, pronta a partire per chi sa dove, rientro previsto boh. Io sono pigro come una lumaca sotto ketamina, ci metto otto mesi a decidere e a organizzare anche la cosa più banale, e questo è un difetto, d'accordo. Ma essenzialmente io sono così, bon. Stacce, come dicono a Roma. Ed invece no, dovresti far questo, dovresti far quello, sii più giovane, divertiti, come in quella chiavica della pubblicità del cono cinquestelle (detto anche cono Grillo), fai festa, bevi birre, mordi culi.

Il vero stress viene dal fatto che già adesso provo a farlo; in effetti provo a fare una marea di cose per compiacere il prossimo. Ma inizio a rendermi conto che è una procedura senza senso. Da una parte posso dire "sono così, stacce", ma finendo per prendere pomodori in faccia ed accuse di arroganza, di altezzosità, di caparbietà. Dall'altra posso adattarmi, ma mi rendo conto che non posso andare bene a tutti contemporaneamente; se vado al mare, litigo con l'amico montanaro. E così via. Su tutto.


Alla fine, pirandellianamente, sono e siamo servi non di due, ma di migliaia di padroni; ed inconsapevolmente non possiamo opporci, pena l'essere avulsi dal circolo. Pena l'essere bollati in qualche modo da qualcuno; sii astemio e attirerai l'odio degli alcolisti, bevi e avrai quello dei sobri, fai una via di mezzo e gustati lo stress derivante dall'equilibrismo fra posizioni. 


Ed intanto, mentre io equilibreggio, continuo ad allargare il discorso, e mi accorgo che non va mai bene niente a nessuno. Si sentono solo discorsi, nell'aria, riconducibili alla grande radice dell'invidia, del disappunto, del vorreimanonposso. Non ho soldi, lui li ha, guarda quello, guarda quell'altra, ma quello è un coglione perché se solo volesse, guarda come spreca i suoi soldi, io al posto suo, lei è fidanzata con un figo ma è una stronza, quell'altro ha detto. E così via. E anche lì cerchi di stare in mezzo a tutti, ad ascoltare tutti, ma non puoi dare ragione a nessuno, per le ragioni di cui sopra.

Non va bene.

Ci vorrebbe un momento, almeno per me, di pausa, di recupero, di autentica libertà, di poter dire, di poter fare e pensare quello che ti pare, per un po'. Non è una questione di "fregarsene", nè di "farsi accettare", è una questione di "farsi capire". E' diverso. Non è, come avevo già scritto, lo strano ma sanzionato, l'opinione impopolare che però accetti. E' il non essere strano, e non essere impopolare.

E basta.

Rilassatevi, fate ciò che volete, non ciò che dovreste fare secondo il personaggio impostovi da chi vi è intorno. Eh.

Nessun commento:

Posta un commento