venerdì 13 giugno 2014

Onesicrito contro Al-Razi.

Comunque avevo ancora tante cose da dire, ho ancora tante idee, come diceva il sarto di Burton LaValle. Il problema è che, come ho detto tante tante volte - proporzionali al numero di cose che devo dire, credo - è la voglia che mi frega. Un sacco di volte son lì, magari sotto la doccia, anzi, spesso sotto la doccia, che dico "Dopo apro il blog e scrivo qualche cosa", ma poi tempo che mi asciugo mi passa la voglia. Il phon mi asciuga anche le idee, oltre che i capelli, evidentemente.

Dovrei mettermi un computer in bagno. Isolato dall'acqua. Così scrivo mentre faccio la doccia, zac, diretto, così non ci penso più. Le idee le devo cogliere subito, direi, senza star lì a pensarci. Che poi se ci penso mi distraggo, cambio idea, cambio cose da fare, e alla fine mando tutto a farsi benedire, o, come diceva Pip il Troll, "al creatore". Insomma, un po' così.

Fattostà che pensavo, l'altro giorno, a quelle epoche d'oro, epoche in cui gli Amebix avevano ancora valore per qualcuno, in cui punk veneti con spille dei Voivod grosse come noci e pesanti come piccole casseforti davano lezioni di stile ai giovanotti ciuffonati di oggi, che si proclamano punk canticchiando "Papà sei cattivo non mi fai drogare". In cui suddetti punk, accompagnati da donne pettinate come barboncini incazzati, poi dominano i locali dell'hinterland del Monferrato cantando con la voce di Lemmy, se Lemmy fosse stato un portuale tifoso del Manchester. A quei tempi, come ho già detto, più in là che scroccare passaggi in auto da Lu Monferrato a casa mia, non facevo.

Col tempo mi sono messo a lavorare. Un po' conte di Montecristo, un po' Zio Paperone - che ricordiamo è un modello di vita, ho iniziato a lavorare sodo, però a casaccio. Per intenderci, a studiare senza un perché, a fare le cose per puro dovere. La situazione, come si sa, non è mai stata molto intrigante, e molte spinte e pressioni venivano anche dall'interno. Poi, per forza di cose uno si sente veramente un po' stronzo, più che altro ti senti un poveraccio che ha un quarto della motivazione dei suoi compari, e quindi sei lì lì per mollare.

Poi però tiri avanti, ormai d'inerzia, e intanto finisci la prima laurea; poi a quel punto riguardi la situazione da lì - si dice che sei arrivato alla vetta - e pensi "Però". Pensi che beneomale, anche se ci sei arrivato con una pistola alla fronte e tanti calci nel culo - perlopiù autoinflitti - comunque ci sei arrivato. Passi quindi alla fase gloriosa del "Ragazzo, quanto costa la baracca qui?", in cui, come Moe quando si fa la chirurgia plastica, sei quasi tentato ad andare da chiunque ti abbia considerato uno scarsone, e dire "Chi è lo scarsone ora?". Poi fortunatamente ti fermi, e capisci che è una bambinata.

Ovviamente, le persone non propriamente furbissime, quelle con la sveglia al collo come me, ci mettono un po' a capirlo. 

Ma come dico sempre, mi hanno educato più i videogiochi dei miei parenti; e come ho imparato l'inglese per sforzarmi di capire la trama del secondo Metal Gear (ancora oggi ho dei dubbi... per esempio, Raiden è omosessuale o solo molto raffinato?), giocando ad Antichamber ho capito che non si è mai in vetta, c'è sempre un'altra vetta. Diceva mio papà - noto personaggione - che uno deve iniziare a fare quello che è possibile, poi quello che deve, e poi farà l'impossibile. O qualcosa del genere. E in effetti non lo diceva, l'aveva scritto. Su un bigliettino romantico. Per mia mamma. Che peraltro lei mi ha dato, non è che io mi metta a frugare fra le cose di mia mamma.

Anche perché, tenendo le cose nei cassetti divise da separè - siamo ai livelli di Sheldon che mette un'etichetta ovunque - probabilmente mi sgamerebbe prima di subito. Ma in effetti quello che diceva mio papà ora c'entra poco e niente, ma l'ho detto che avevo tante cose da dire a casaccio. C'è scritto anche nel titolo del blog.

Comunque sia, c'è sempre un'altra vetta, per la gioia di Messner. Secondo me Ambrogio Fogar è un matto, a metà fra quello da ammirare e il ladro. Oppure da ammirare perché ladro. Comunque è un altro che ha sempre tenuto duro, inarrestabile, relentless, come cantavano i Pentagram ai tempi d'oro, prima che Bobby Liebing finisse a fare docureality su sè stesso medesimo e sul suo alcolismo. Dalla vetta di cui sopra, uno si rende conto che ha altre vette. Ma questa volta no, non sceglieremo vette a caso, consigliati a caso da gente tutto sommato valida ma che mi ha instradato su strade a caso. La seconda volta, la seconda laurea, ho scelto giusto; lo studio che ho condotto, che ho condotto per puro amore del conoscere e della cultura, per puro amore dell'argomento - tanto abbraccio mentalmente la disoccupazione da anni - è quella giusta. L'altro giorno stavo scrivendo qualche passo della tesi, e girando su Wikipedia in cerca di spunti, trovo una pagina che riassume i principali termini "tecnici" delle mie materie. Il mito, il rito, il culto, il mana eccetera eccetera; pensando di riconoscerli quasi tutti mi sono commosso. 

Perché mi son detto: "Alla fine vedi, quello che amo lo so". Non mi sento più lo scemo che non si ricorda Euripide o che non si emoziona leggendo Ovidio, ho capito che quella parte non fa per me, il mio posto - culturalmente parlando - era altrove. E l'altro giorno leggevo le indicazioni per il bando di concorso, dottorato, dottore di ricerca università di Padova, scienze storiche, storico religiose, antropologiche. Si scriveva così, io lo leggevo con qualche carattere aureo, in sottofondo la voce delle sirene che ti invita a partecipare. Sembra così clamorosamente difficile, da conseguire, e contemporaneamente così clamorosamente facile. O meglio, difficilissimo, ma con quello sforzo che vuoi fare. Sei su un'altra vetta e vuoi ancora proseguire, diciamo. Evola e tutti gli Asi ti fanno un baffo.

L'altro giorno (avete notato quanti "altri giorni" ci son stati in questo messaggio? E' perché il mio senso del tempo è elastico) ero alla laurea di un'amica, di quella stessa ragazza col temperamento di una damina inglese di cui ho parlato tanto tempo fa. Comunque, ero alla sua laurea. M'è salito un po' di magone, vedendo che nella sua commissione, su 9 insegnanti, 6 erano miei ex insegnanti, e un'altra quasi. Poi sentendo la sua dissertazione - peraltro ottima - continuavo a pensare ai fatti miei, ai miei argomenti. Sentivo parlare di argomenti intricati, di altissimo livello. Storici minori greci, generali di Alessandro Magno, filosofi di serie B, tutta quella fetta enorme della cultura ellenica che non si conosce, quel sommerso che costituisce croce e delizia di chi studia questi argomenti. E ciò nonostante, continuavo a pensare che mentre Onesicrito di Alessandria scriveva questa roba, nel mondo islamico, a centinaia di km dalla Grecia, pensatori e filosofi di mia conoscenza sviluppavano e pensavano nuove dottrine. Onesicrito contro Al-Razi.

E probabilmente io e la mia amica avremmo potuto confrontarci uno contro l'altra, dimostrandoci a vicenda di non sapere l'uno un accidente delle materie dell'altra. E siamo contenti così, io del mio mondo lei del suo. Ed io sono anche contento di aver capito di non dover dimostrare a nessuno - in primis a me stesso - di non sapere nulla. Ecco perché ero eccitatissimo all'idea del dottorato. Perché è lì il mio posto, poche storie. Qualcuno deve tappare i buchi nella cultura, qualcuno deve fare questo lavoro, quel qualcuno sono io. Ho i numeri - o perlomeno le credenziali - per fare qualcos'altro, ma non ha importanza. Devo essere lì, devo riuscirci.

Si tratta solo di fare un ultimo sforzo.

Ultimo esame fra due settimane.

Poi cassetta di gangsta beer per tutti (chi non sa cosa sia, si vergogni, ed indossi una catena d'oro rituale addosso per almeno 24 ore).

Poi progetto di dottorato. Da scrivere bene. Dev'essere vincente. Voglio che sia vincente.

E' dal 1934 che non volevo qualcosa in modo così deciso.

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