domenica 8 settembre 2013

La domenica delle ovvietà - feat. Gigi Marzullo.

Comunque, pensavo l'altro giorno al fatto che, se una persona è da sempre abituata a vivere o a pensare in determinati modi, inevitabilmente tenderà a continuare a farlo - secondo me - ed in particolare a pensare che quanto va bene per sè andrà bene probabilmente anche per gli altri. Come a dire che se uno è abituato ad alzarsi molto tardi, troverà normale alzarsi molto tardi e troverà normale per gli altri alzarsi molto tardi, sorprendendosi se gli altri, invece, si alzano molto presto. 

E' un'ovvietà pazzesca. Penso che nemmeno Marzullo potrebbe produrre verità così ovvie. Però come al solito, non ci si fa caso. Conosco una persona, che non citiamo per timore di ritorsioni - anche perché è ancora fra i miei contatti di Facebook, anche se non penso rimarrà lì a lungo - che letteralmente è priva del concetto di "responsabilità", o ancor meglio di "lavoro". Gente che proprio non fa un tubo dalla mattina alla sera, e poi si stupisce non solo della propria fallimentarità (cose del tipo "Oh buon Dio mi accorgo solo ora di essere indietro a fuoco sugli esami, non capisco come mai gli ultimi otto mesi di vacanza al mare possano aver influito"), ma anche del fatto che la gente intorno migliora e va avanti. Anzi magari si scocciano per cose tipo "Ehi ragazzi siete stanchi? Stasera niente disco? Ma come mai?". Senza capire che, magari, la gente normale si sbatte.

Non voglio fare lo stacanovista di turno, come al solito. Anche se sto leggendo la Rivolta di Atlante e mi sto prendendo benissimo, non voglio fare lo stacanovista. E' solo che, a fine stagione esami - questa volta per davvero, siamo a settembre e quindi l'anno è veramente finito, dopo 10 esami secchi, mi sento soddisfatto, mi riguardo, guardo indietro e dico "ok". E penso che appunto, come già detto qua e là, fra poco dovrei poter aver finito, forse dovrei poter lavorare, insomma, soddisfazioni; come guardare qualcosa di costruito a mano, una statuina intagliata, un quadro, un prodotto del tuo lavoro e dire "ok, è proprio mio, fatto da me, sono soddisfatto, ci ho lavorato una vita ma è a posto". Questa è l'idea, più meno. Ho finito una mazza d'esami, ho gettato delle basi, non vedo l'ora di andare avanti; sì, onestamente sarò anche snob, ma sono contento di questo lavoro concluso, e sono contento all'idea di andare avanti eccetra eccetra l'ho già detto lo so sono noiosissimo. 

Però è vero. Vedo persone che rimangono indietro, più meno volontariamente, e dico giustappunto "Voi fate come vi pare - nel senso di siate liberi di scegliere, non nel senso accusatorio, io però continuo a lavorare"; poi sì, arriva la gente a dirmi "lavori troppo". Ed è vero, forse. Ma i risultati che conseguo - anche se piccoli - mi ripagano, sono quello che voglio. Sono contento, insomma. D'altronde, mi ricordo, quand'ero marmocchio, che qualsiasi cosa volessi veniva accompagnata dalla frase di mio papà - noto personaggione - "Cos'hai fatto per meritartelo?". Ovviamente la risposta era sempre "nulla", in quanto ero ovviamente un bambino, ma la cosa non sembrava tangerlo. Così, sin da abbastanza piccolissimo (che elegantissima mostruosità linguistica), mi sono abituato a "guadagnarmi" le cose; dalla scemenzina del "comportati bene e avrai un regalo" si è passati a "studia a sangue e avrai buoni voti" e così via. Poi mio padre era pazzo, d'accordo, ma penso sinceramente che forse su questo avesse avuto ragione.

Meno ragione l'aveva nel dedicarmi zero attenzione. Mi ricordo infatti che, anni fa, quando giocavo a Crash Bandicoot 3, c'erano dei livelli di corsa in moto; mio papà era un appassionato di guida, auto, moto e corse varie, e perciò comprava (per sè, andando nei negozi con la scusa di comprarli per me - anche se sapeva benissimo che non mi piacevano) dei giochi di corse varie. Conseguentemente, io spesso gli chiedevo di completare per me quei livelli in Crash, sapendo pure che la cosa gli avrebbe fatto piacere; in realtà, ero perfettamente in grado di farlo da solo, ma facevo finta apposta di non essere capace per cercare di giocare un pochino con mio papà. Cosa che, credo, non ha mai capito. Non c'entra una mazza col discorso di prima, ma ci tenevo a dirlo, anche perché m'è venuto in mente qualche giorno fa e, si sa, se non racconto i fatti miei al muro non son contento.

Nessun commento:

Posta un commento