domenica 7 luglio 2013

Il grizzly è miope, il grillo invece subisce metamorfosi incompleta. Cioè nasce come larva uguale al genitore, ma in piccolo.

Ultimamente si fa un gran parlare di questioni inerenti il proprio futuro post-universitario, o il proprio futuro in genere. Almeno, io le faccio. Essenzialmente, qui si è divisi fra il partito del "che palle, ho l'università, mi tocca lavorare, non voglio chiudermi dietro una scrivania" e quello del "era ora, ho finito, è il mio momento finalmente".

Si nota sin da subito un errore: l'idea di "chiudersi dietro la scrivania"; l'ho sentita da alcune persone (onestamente, meno di quelle che conosco essere propugnatrici dell'idea opposta, ma penso sia una coincidenza), e secondo me queste persone errano. Errano perché associano, non so perché, la fine della vita universitaria e l'inevitabile inizio di quella lavorativa-autonoma alla noia, al grigio, all'impiegatizio, alla giaccaecravatta. Quando di fatto così non è; come tutti i grandi discrimini temporali della nostra vita, è un costrutto fittizio, come il tempo (ciao Daodejing) o simili. E' chiaro, no? Quando hai 18 anni sei maggiorenne, ma non è che a 17 anni e 364 giorni ci sia molta differenza; e così non ci sarà a 18 anni e 2 mesi. Il momento-discrimine, il momento di passaggio, nel caso della maggiore età, è segnato da un qualche rito di passaggio in cui una marea di persone ti segnalano cose tipo "puoi votare, farti la patente, bere e farti arrestare"; ma non è che di fatto tu diventi diverso. Non subisci una metamorfosi (nè completa come le api nè incompleta come i grilli - questo solo per far vedere che siccome sono un modello perfetto di scienziato salarian conosco anche l'entomologia).

Ti accorgerai di essere diverso solo nel tempo, in qualche mese o anno assumerai tutti i tratti seri della maggiore età: più responsabilità (forse), più maturità, meno stupidità, meno tendenza a bere e rovinarti la giornata, meno tendenza al casino. Ma forse sono solo io, qui, che ho in odio i sedicenni, i minorenni in genere, e i giovani chiassosi (quello anche a 20 e passa anni), identificandoli con un male assoluto privo di cervello, forse perché quello che avevo io intorno era più o meno questo, o forse perché io non sono mai stato ragazzo - nel senso che mio padre non mi faceva uscire di casa la sera, ma questa è una lunga storia - e perciò mi sono saltato a piè pari la fase "ho sedici anni, bevo di nascosto, sbocco come un idrante e faccio il coglione come Fred Durst". E avendola saltata, odio chi invece c'è rimasto dentro, aggrappandosi unghie e denti alla sua (insulsa?) gioventù, credendola la fase d'oro della vita. Comunque ciascuno ha giustamente il diritto di vivere come gli pare, io penso, e di pensarsi la vita come crede; per cui - ovvio - non tutti non aspettano altro che diventare "grandi" e "autonomi", e molti stanno ancora comodi nel proprio nido.

In questo, apro una parentesi di una riga, non vedo il discorso italiota del bamboccione, del giovanotto "sfigato" (cit.) che rimane a casa per i casoncelli di mammà, non vedo in breve l'aspetto economico (che pur c'è, ovviamente, visti i tempi); vedo solo l'aspetto dell'insicuro che non ha voglia - o ha troppa, legittimissima peraltro, paura - di separarsi dal suo mondo giovanile per gettarsi in quello adulto, troppo oscuro, cupo, carico di preoccupazioni, insicurezze, indecisioni, cose non chiare. L'ho già citato, mi pare, un noto fumetto di un giovane noto fumettista romano, dove appunto è ripreso il concetto; il futuro, beneomale, spaventa tutti. C'è chi lo rifugge all'infinito e chi ci si getta a testa bassa (tipo io), come un grizzly (bestie notamente miopi, ecco perché si gettano sulle cose). 

Però, però, io continuo a ritenere che la questione vada dimensionata, la paura vada contenuta; proprio perché uno non è che cambia di colpo, difficilmente mi viene da pensare "in università sono giovane, allegro e pieno di amici; mi laureo a marzo; da aprile sarò un serio dipendente, senza amici, somigliante a Filini, dedito solo al mio duro lavoro". Più probabilmente "sarò uguale a prima ma con un lavoro"; ovvio, magari non esci 5 sere la settimana, magari non bevi dodici Peroni a sera, ma non penso che siano questi gli aspetti essenziali. Non penso che i miei rapporti umani coi miei amici, quelli cari (quali poi? siamo in liguria, il paese dove la gente non ti saluta, non ti fa regali e ti esprime la sua amicizia solo dicendoti ogni tanto "siamo amici") ne saranno intaccati; certo, in università "faccio gruppo" con venti persone, e dopo non potrò più farlo. Ma mi interrogo: di queste venti quante realmente mi son care? Due o tre? E allora cosa mi vieterà di frequentare chi voglio?

Niente. Semplicemente una fase si chiude, se ne apre un'altra; mollo l'orsacchiotto ma non lo butto nel bidone della rumenta, lo metto in un armadio fra i ricordi. Ogni tanto lo riguardo, ripenso a quand'ero piccolo, ma son sempre uguale. Avevo i ricci allora, li ho adesso, cambia il colore (ero biondo, bei tempi). Insomma, il senso è questo. Con la presente, volevo dissipare definitivamente il discorso "divento grande sì, divento grande no, è bello diventare grandi, è brutto diventare grandi, è bello avere responsabilità, è brutto avere responsabilità" e non tornarci più su. Per un po'. Lo statement della serata è il seguente: non necessariamente si diventa uniformini incravattati; si rimane uguali a sè stessi, solo un pochino diversi, quando ci si rende conto di dover fare un minimo a patti con la realtà, e soprattutto quando ci si rende conto che boh, non si può veramente vivere all'infinito aggrappati a un passato di Linus. O perlomeno, questa è la sensazione che ne ho io.

Così mi tolgo due denti, due pesi, e il discorso lo finisco qua. 

Vi vorrò sempre bene, continuerò a bere Peroni e a giocare a Mass Effect, continuerò a tediarvi con cazzate improbabili tipo la riproduzione dei celenterati, anche se non sarò a casa da mammà; l'unica differenza è che la sera, fra una sigaretta e un Asinello, la domanda non sarà "Oh coso, come van gli esami?" ma "Oh coso, ma il lavoro? Tutto a posto?". E poi, in un futuro lontano - lontano quanto dipenderà da ciascuno - ci ritroveremo a domandarci "Oh ma tuo figlio quanti anni ha, più? Che classe fa?" o cose del genere. Alla fine della fiera la vita è questo, basta ricordarselo.

Promesso.

Grazie dell'attenzione.

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