lunedì 22 aprile 2013

Una forma di pensiero alla greca.

Anche se non sembra, sono ancora ragionevolmente vivo. E' che ho avuto da fare. Cosa che mi fa piacere, perché metacerebralmente penso che, se ho da fare, è un buon segno; cioè se sono esausto, la sera, un motivo penso che ci sia, ed il fatto che c'è un motivo è cosa buona e giusta. Tipo soldati del Vietnam, no, quando si lamentano dell'odore di marcio tipico della giungla (o della zona dietro la stazione di Padova); è un cattivo odore, ma se lo senti vuol dire che sei ancora vivo, quindi è un buon segno.

Cogliere il buono dal casuale, ecco; ed in questi giorni, esausto, ho pensato che un buono c'è: ero esausto per gli esami, per la stanchezza, per lo stress, per mille motivi che non sto qui a riprendere perché sono sempre gli stessi, e la mia attuale preoccupazione sta nello sbrigarmi a finire questo post per dedicarmi ad altro, fare la doccia e andare a pranzare fuori, poi pausa, studio di qualche pagina di islamistica, poi lezione, cena, e serata di riposo a leggere il grande Gatsby per la milionesima volta. Ancora a sognare di sogni americani falliti, immagini di mondi che mi piacciono e mi affascinano, per il loro immaginario contemporaneamente elegante e marcio, finissimi fuori ma orribili dentro, dei Dorian Gray dell'economia e del bel mondo. 

E' un tipo di cultura che disprezzo, e di cui non posso che disapprovare i modi ed i risultati, oltre che notare come evidentemente certo materialismo e certo capitalismo a stelle e strisce abbiano rovinato il mondo. Ma l'immagine tutta letteraria che è sottesa in quel libro ed in altri libri della stessa scia è veramente affascinante, per quanto mi riguarda; ho letto tante storie di persone eleganti, di cocktail parties notturni in ville gigantesche, di individui azzimati che coprono col bere e con una maschera di baffi ingellati e camice apprettate i problemi, finanziari o morali, correndo dietro a sogni di gloria. Ho letto le vicende di chi corre per mezza America, senza motivo, elemosinando qualche spicciolo per fare un metro in più - come James Moriartry, personaggio che, pur "disprezzandolo", mi affascina pure - e di chi invece millanta ricchezze, di chi ha i buchi nella canottiera e di chi cerca di raggiungere una misteriosa forma di benessere tutto economico e reaganiano, di chi, pieno di eroina, è capace di stare a fissarsi i piedi per ore, e di chi è disposto a tutte le privazioni per arrivare.

L'immaginario del sogno americano, fallito o conseguito che sia, a seconda dell'opera letteraria, è sempre bello; l'America postbellica, nei libri, è il luogo più bello del mondo. E' il luogo della possibilità, è il luogo "dove anche gli squattrinati possono arricchire" (cit.). E di fondo, la possibilità è il sale della vita, il valore forse più interessante che si possa cercare e in cui si possa sperare; discutevo l'altro giorno (in realtà qualcosa come tre mesi fa) con un tale, filosofo mio conoscente (non Critone, uno vero), delle implicazioni filosofiche contenute in Lovecraft. Si ragionava su come il "non sapere" sia effettivamente preferibile al sapere, quando l'oggetto della conoscenza stessa è la vacuità della vita, la sua assenza di significato, ed eventualmente la sua assenza di premio (terreno o ultraterreno) a seguito di - appunto - una vita di fatiche. Ecco, io sono contrario a quest'idea; ritengo altresì che certo, non esista nulla, la vita sia vana, difficile eccetera, ma contemplo il valore della possibilità, l'eventualità che - perseguita con ogni mezzo - può eventualmente darti una ricompensa.

Sto dicendo che, desiderando qualcosa, è teoricamente possibile raggiungerla, con mezzi, impegni e sforzi piccoli e grandi, ma continui; comprare una maglietta su eBay richiederà pochi spiccioli da metter via, magari rinunciando a una pizza la sera. Comprare una villa a Malibu qualche cosa di diverso, ma teoricamente è possibile. Se si vuole farlo, si intende.

Ciò infatti mi riporta alla mente altri ricordi, altre cose vecchie; quand'ero bambino - praticamente fino a ieri - mi veniva sempre ripetuto, come un mantra, il concetto di "se non lo fai è perché non lo vuoi fare". Questo significava che, a casa mia, non esisteva mai nessun tipo di giustificazione, per niente; errori, fallimenti, mancanze, tutto, ogni cosa era spiegata con "non hai voluto fare abbastanza". Se il voto a scuola era basso, è perché non avevo voluto studiare; se il giocattolo si rompeva, è perché non avevo voluto curarlo e conservarlo bene. Paradossalmente, anche eventi al di fuori della mia portata effettiva erano risolti così: se mi ammalavo, è perché non avevo voluto coprirmi abbastanza, o, a scelta, perché non avevo comunque seguito il consiglio di qualcun altro. Teoricamente questo, alla lunga, porta forse a una persona ripiena di sensi di colpa, con una "società della colpa" come quella dei greci antichi; ricordo bene molti episodi distinti al riguardo, ma non serve approfondire. Rimane solo da aggiungere che io vengo da un sistema del genere, quindi comprensibilmente - penso - dò molto peso alla volontà individuale.

Talvolta mi arrabbio con gli altri, e mi dispiaccio di questo; a volte guardo intorno a me, e vedo persone che "non fanno abbastanza" (secondo il concetto di cui sopra). Vedo studenti universitari che "non studiano" e poi si lamentano dei voti bassi; vedo gente, in uno schema generale, che fa qualcosa, si lamenta e non realizza che la sua lamentela è insensata, perché "se avesse voluto", "avrebbe potuto". Il connubio di queste due forme verbali è fra le cose che ho più sentito al mondo. Comunque sia, mi rendo poi conto, subito, che questo discorso è sbagliato; certamente esistono i pigri, i culi pesanti, i nullafacenti in genere: ma non è che necessariamente siano tutti così. Nè tantomeno, comunque, io ho l'autorità di poter definire chi lo è e chi no, nè tantomeno di giudicarli. Il primo impulso è quello, ed il primo impulso nasce probabilmente dalla memoria, stimolata dal ricordo e dalla paura, in certo senso; per anni, sono stato abituato a notare immediatamente ogni tipo di stortura, e a rimediarvi in fretta, prima che un ceffone mi ricordasse che "avrei dovuto rimediarvi" prima del ceffone stesso. Il quale era sia punizione per la mancanza (presunta), sia un reminder per assicurarsi che la prossima volta non succedesse. 

Oltre al danno c'era la beffa: un brutto voto ti fa star giù, già di tuo, e il pattone ti fa stare ancora peggio; ovviamente, lamentarsi o chiedere di smetterla avrebbe peggiorato la situazione, perché chi è in errore deve tacere - in quanto in errore, e perciò momentaneamente dai diritti civili e politici sospesi. Anche domestici, direi.

Ma se questo è il lato negativo, trovo che forse, un positivo vi sia; il positivo è la forza della volontà, appunto, della possibilità, dell' "insegui quel desiderio, perché vuoi realizzarlo, prima o poi se ti impegni accadrà, magari a piccoli passi". O forse è solo un modo metamentale per auto-consolarmi di tutto questo, trovando del bene dove del bene non c'è, come a dirmi "hai subito, ma guarda cos'hai ottenuto".

Chi lo sa.

Nessun commento:

Posta un commento