mercoledì 2 gennaio 2013

L'aspidistra di Rip van Winkle.

Se poi ci pensi due secondi su, ti rendi conto che determinati atteggiamenti sono emotivamente giustificabili, o comprensibili, ma razionalmente no. O perlomeno, questo era quanto mi trovavo a pensare l'altra mattina, come esito di un mio personale ragionamento notturno (questo fanno i grandi uomini durante la notte, altrochè). 

In realtà, come tante altre volte, questo pensiero nasce dall'esperienza concreta; capita difatti di essere invitati a una festa di Capodanno - festa che ricordiamo io detesto, in quanto concentrazione massima di tutte quelle convenzioni sociali che detesto, oltre ad essere la convenzione sociale per eccellenza essa stessa, ma questa è un'altra questione - da una persona che, diciamo, non mi fa impazzire (eufemismi). Ma a parte i rapporti personali, questa persona ha fatto solidamente parte del passato giovane ed adolescente mio e di molti altri amici (oltrechè della mia significante altra); la questione però diventa buffa: dopo un lungo periodo di assenza, più o meno inframmezzato da occasionali visite, causato da combinazioni di Erasmus, viaggi studio, lavori all'estero e affini, i rapporti umani (non con me, che erano già minati) ma con tutto il resto del gruppo di amici risultano, inevitabilmente, alterati, quando non minati.

D'altronde è comprensibile: durante la sua assenza, alcuni amici hanno deciso di lasciare il gruppo, altri sono arrivati, le dinamiche interne sono cambiate; c'è chi ha preso uno in simpatia o ha iniziato a detestarlo, c'è quello che ha cambiato abitudini ed è diventato insopportabile, quello che ora non si fa più vedere senza fidanzata, e così via. E un salto di qualcosa come due anni di tempo, non sembra, ma fa; il problema qui è uno: non ci sono stati collegamenti. Non ci si è informati. Stare lontani e non informarsi è l'errore che non doveva esser fatto; io stesso, nel mio piccolo, quando sono a Padova cerco di mandare minimi segni della mia vita, giusto per dire "sono vivo" e "come va laggiù?". E' chiaro che minuscoli "errori" e gaffes si fanno sempre; magari torno dopo qualche settimana, chiedo di andare nel "solito locale" e scopro che non ci si va più da un po', magari perché uno ha vomitato lì ed è meglio cambiare aria, o che so io.

Comunque sia, il Capodanno. Non che la festa sia andata male, ma la compresenza di persone che non si vedevano abitualmente da tempo, e soprattutto il ritornare, da parte di questa grande assente, su temi, vicende e ricordi di periodi ormai lontani (menzionati ormai di rado, anzi, quasi mai; tempo fa erano rievocati più spesso), mi ha fatto pensare, domandandomi il perché di questo violento clima di revival. Certo comprensibile, ma forse eccessivo, anche nelle ottiche del "mi mancavano i tempi d'oro"; se ti fossero mancati, perché non hai mantenuto dei rapporti umani con noialtri, in modo da evitarti la "sorpresa" dell' "oh che strano siete tutti cambiati, non mi aspettavo"? Perché? Forse vivi nel paese delle favole, quello in cui puoi andare via due anni e sperare che la situazione non cambi, ma non è così. Come già dicevo una volta - cosa coincidenzialmente avveratasi, buonasera mi chiamo Cassandra - i rapporti umani vanno coltivati, non puoi mollarli lì e sperare resistano al tempo, come novelle aspidistre. D'altronde, proprio lei (ed un'altra persona, pur'essa afflitta da esterismo e assenteismo acuto, curiosa coincidenza) riteneva assolutamente normale l'atteggiamento di un altro amico, ormai assente da quasi quattro anni (e nel frattempo ne ha fatte di cose, questo), che decide di ritornare come se niente fosse.

Non ti ha insegnato niente la storia di Rip van Winkle?

La novella (inglese, nonostante parlasse di un olandese) racconta che un uomo olandese, stanco delle vessazioni della moglie, si addormentò sotto un albero, svegliandosi vent'anni dopo, in un mondo che non lo riconosceva più, donde le disavventure che gli capitano (principalmente dichiararsi servo di re Giorgio in un'America ormai libera dall'Inghilterra). Ebbene, non hai imparato nulla?

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