domenica 2 dicembre 2012

Origene capoguardia.

L'altra mattina, mi sono svegliato realizzando una cosa fondamentale; che, essenzialmente, ho deciso di lasciare perdere un po' di cose, ed, in breve, di smollarla lì. Per parecchio tempo, infatti, ho - come dire - cercato di "preoccuparmi" dello sviluppo delle cose, cercando in qualche modo di occuparmi e preoccuparmi del prossimo mio, e adesso ho realizzato che "è ora di finiamola".

Ma non era sempre stato così, come diceva Atena nel prologo narrato del primo God Of War - che ricordiamo è l'unico veramente bello; ed in effetti il termine "preoccuparmi" non è corretto. Diciamo che finora ho avuto un atteggiamento a mezzo fra il preoccupato e il... non saprei nemmeno io come dire, buffo. Potrei usare un esempio, ma curiosamente non me ne vengono, quindi mi accorgo che questo discorso sta iniziando a diventare incomprensibile ed insensato, come un dialogo contro una parete, o a un uzbeko. Chiedo l'aiuto del pubblico ed ecco che si alza Critone, incazzato perché non l'ho chiamato prima, mi lancia un pomodoro marcio e dei sassi, e nei sassi sono legati dei bigliettini con suggerimenti, in barba a Gerry Scotti.

Le luci si riaccendono, Gerry Scotti mi guarda e c'è la domanda da 250'000 cucuzze: "Come definiresti allora il tuo atteggiamento?";

A: Paterno.
B: Spaccapalle preoccupato.
C: Nonnesco (nel senso di anziano rompiballe)
D: Da signora Cesira.

Io sudo e guardo i bigliettini di Critone; c'è scritto "Non fare cazzate e torna a casa, e comunque scegli A che fa bello". Dico A a voce alta, Gerry Scotti mi guarda convintissimo ma di sottecchi, poi la frase: "La accendiamo?"
"Vai Gerry"
Il quadratino si illumina, BANG, musichetta di vittoria, duecentocinquantamila cucuzze a me, Gerry Scotti legge la risposta precisa sul suo schermino: "Precisamente, ci dice il notaio, che l'atteggiamento era "paterno" nel senso di "mi preoccupo per tutto, per tutti e cerco di far quadrare i conti di tutti, in modo che tutti siano contenti e non si facciano male, a costo di rimanerci io di mezzo". Guardo il notaio, guardo Gerry, sto per parlare ma c'è la pubblicità, mi alzo e vado a perdere tempo in giro. Vado nei cessi di Canale 5 a lavarmi la faccia, mi guardo riflesso.

Ho la barba folta di giorni, è un mese che non la taglio, ma la regolo e la sistemo. Una bella barba umanista, come la chiamo io. Mi fa sentire saggio, ed anche a mio agio. Mi volto a sinistra, c'è uno con la faccia nel lavandino, l'acqua aperta, questo gorgoglia un po', fa qualche bolla, forse è svenuto. Mi affretto, lo soccorro, lo tiro fuori dall'acqua; è Orson Welles.
"Orson che cazzo ci fai qui?"
Lui non risponde, gorgoglia, sputacchia, butta fuori acqua e sputa qualcosa (a guardare quello che ha sputato sembrerebbe una rana); poi inizia ad ansimare e si riprende.
"Eh ero venuto a vederti al quiz, ero con Critone, poi sono venuto nei cessi perché ho scommesso con uno che sarei riuscito a tenere il fiato, con una rana in bocca, per quindici minuti, faccia nel lavandino".
"E questo tizio dov'è?"
"Non lo so, credo mi abbia rubato il portafogli mentre ero faccia in giù"
"E me lo dici così, ma cosa sei, coglione?"
"E' che oramai avevo scommesso, non potevo tirarmi indietro, anche se la scommessa era truccata, seguivo le regole del capitano di fiume, se non bari offendi l'avversario"
"E tu dov'è che avresti barato?"
"La rana non era viva"

Entra un operatore nei bagni, c'è anche Scotti.
"Signori in scena, la pubblicità finisce fra un minuto"
Gerry Scotti va da Orson, pacche sulla spalla, si mette una mano nella tasca della giacca e gli dà un portafogli di pelle nero, maschile, elegante; "Bravo Orson, hai vinto la scommessa, tieni il tuo portafogli; ti ci ho anche messo i due buoni pasto della mensa di Canale 5 che avevamo messo in palio". "Grazie Gerry"

Risalgo sulla scena, mi siedo, un truccatore mi sistema un attimo i capelli e la faccia (ho sudato nel vedere Orson); mi aggiustano la barba, quella barba che mi fa sentire bene. Mi sento bene a sentirmi saggio, mi sento bene a sentirmi grande. Mi sento bene a sentirmi libero, a sentirmi "aldilà" delle convenzioni, aldilà delle regole, aldilà del "dovrei fare"; mi piace pensare - ma forse sbaglio - di non stare facendo o vivendo le cose che fanno o vivono gli altri ragazzi di ventiquattro anni. Mi piace credermi diverso, e forse leggermente migliore, a non bere, a non devastarmi, a non fare il coglione, a tornare a casa quasi presto perché poi devo - e voglio - studiare. Mi piace pensare di poter suggerire ad altri di fare così, di abbracciare l'età adulta - se si può dire - e di smetterla, che tanto diventiamo vecchi uguale, prima ce ne rendiamo conto meglio è. Il problema, il vero problema, è che ho sbagliato nel giudizio. O meglio, ho giudicato.

Poi guardo nel pubblico, c'è un noto fumettista romano; mi guarda, mi fa un urlo. "A cojone, qua ci va la citazione der mi' fumetto, a stronzo!". Lo so, ha ragione. Infatti volevo dire che proprio su un fumetto l'avevo letto; la crescita fa paura, perché è la consapevolezza dell'abbandono di un'era di agi e comodità, mentre devi farti il mazzo per cercare di arrangiarti. Ora uno vive da solo, coinquilinizza, e fa in piccolo - credo - quello che farà quando adulto; tutti sono spaventati, tutti scappano, tutti si rifugiano nella gioventù del sabato sera, come a dire "sono grande sempre ma non dalle diciotto in poi del sabato sera", voglio dimenticare, voglio divertirmi, voglio essere ancora una volta spensierato.

Luci. Gerry Scotti mi sta introducendo, dice bentornati ai telespettatori, spiega che me la son cavata fino ai 250mila, dice che sono bravissimo, mi guarda, domanda di rito, che farò con quei soldi, che farò con tutto quello che sto cercando di costruire, che ottengo a vivere così, perché critico tutto e vivo in un guscio di superiorità, cattiveria, disprezzo e disagio contro i "ggggiovani".
Telecamere puntate, luci. Sudo, mi cola il makeup messo dal truccatore, la barba si impiastriccerà se non risponderò subito per farmi togliere le luci di dosso.

"Sai Gerry, la risposta è semplice, ed è il contrario del previsto; ho fatto così, ho deciso di vivere con regole mie, contro quelle della mia età, perché io stesso sono il più giovane di tutti gli altri. I giovani vivono inseguendo i loro sogni, io vivo inseguendo i miei sogni, di successo, di gloria, o salcazzo cosa, son fatti miei. E i sogni non si concretizzano da soli, non diventano realtà dall'iperuranio al mondo..."
Sento un urlo in platea, c'è Critone incazzato: "Sei un venduto, sei un platonista di merda!"; lo ignoro mentre le guardie di sicurezza lo pestano e lo rimettono al suo posto. Caposquadra delle guardie è Origene.
"Dicevo, Gerry, è così; il mio sogno è poter plasmare la mia vita, ed esserne felice. E' faticare adesso per poter guardare qualcosa di riuscito, qualcosa di finalmente costruito da me, che funzioni; e questo sogno è più importante di qualsiasi serata in discoteca, lasciami dire. Il vero problema è che questo sogno mi ha confuso, mi ha fatto distrarre; e ho iniziato a credere che anche gli altri, intorno a me, volessero, o preferissero, diventare grandi come me, e quindi criticavo, mi lamentavo, e mi preoccupavo. Pensavo "Ma è bello crescere, finalmente, è bello avere potere su se stessi, è bello plasmarsi e desiderare di riuscirci, perché voi non lo fate?". Ho capito di avere esagerato, chiedo scusa a tutti; d'ora in poi vivrò sempre con le mie regole particolari, ma senza menarla al prossimo. Però spero che il prossimo non la meni a me, dandomi del vecchio bastardo"
"Grazie, è un bel pensiero"
"Prego Gerry"

Mi alzo, scendo dalla sedia, vado verso il notaio; c'è Zio Paperone.
"Andiamo?"
"Andiamo, che c'è un sacco di lavoro da fare, e a giocare non si diventa ricchi"
"Paperone, ho appena vinto 250'000 cucuzze"
"Allora incassale e poi andiamo, che i sogni non crescono da soli".

Luci spente.

Tutti applaudono. Orson è ancora in bagno.

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