mercoledì 19 dicembre 2012

Il conte di Carmagnola a Milano.

No comunque non è vero un cazzo che uno è "giovane dentro", o "vecchio dentro".
A parte me, si intende.

L'altra mattina mi ha colto una rivelazione, qualcosa di mistico, teologico e teosofico; ho realizzato di avere ventiquattro anni. E, per estensione, ho realizzato che al prossimo anno avrò venticinque anni; ora, niente di straordinario, ma realizzavo che insomma, venticinque anni è un'età. Quand'ero piccolo, mi sembravano un casino; e quand'ero al liceo, una persona di "venticinque anni" mi sembrava praticamente a un passo dalle nozze, dalla casa da solo o da qualsiasi altro traguardo adulto che la vostra immaginazione concepisca (eventualmente incluso il possesso, per esempio, di azioni, obbligazioni, diamanti o bordelli più o meno clandestini).

Da un certo punto di vista è vero, effettivamente. Specie quando stai lavorando, studiando, o occupandoti di attività serie, impegnative ed eventualmente remunerative (inclusi i suddetti bordelli); la mattina, quando vai a lezione, studi, sudi, fatichi, fai cose utili, ti fai crescere la barba, vai a lezione impeccabile, dibatti, discuti, insomma, cose così. Va detto che a lettere il maschio medio si presenta in giacca, camicia, eleganza magari un po' dimessa, barba folta, quel trasandato che piace, il trasandato di chi studia lettere, come possiam dire. Quindi insomma, hai l'impressione di vederti circondato da persone adulte, mature, serie, responsabili.

Poi al mercoledì-venerdì-sabato sera (il weekend si moltiplica con facilità, volendo), tutti a bere come lavandini, tutti in maglietta e jeans, con una doppia vita guardarobistica che manco Batman o Iron Man; c'è chi dice - la mia significante altra, per esempio - che c'è dell'ipocrisia in questo. Per dire, a quel punto non metterti in camicia a lezione, vacci in maglietta e tuta; ma no, non si può, è più forte di te, quando entri in una biblioteca o parli di un argomento che ha minimo cinquecento anni, non puoi non azzimarti. Penso.

Questo mi ha fatto pensare che, appunto, forse venticinque anni li ho perdavvero; va anche detto che io non sono bravo a dare l'età. Stamattina, infatti, in treno, stavo dormendo, come al solito (si sa che su qualsiasi superficie in movimento, inlcusivo di barche, aerei, treni, macchine, autobus, cammelli, cavalli, risciò, taxi, carri armati e navi con capacità interstellare io mi addormento nel raggio di cinque-sei minuti); son stato svegliato da una serie di discorsi a voce alta che qualche cafone non riusciva a trattenere. Ed il mio letterato-radar ha subito riconosciuto la trama del Conte di Carmagnola; da lì a capire "studenti che ripassano Manzoni" è stato un lampo. Coincidenza, ero quasi arrivato e prossimo alla discesa; per cui, mentre mi alzo, butto un occhio su costoro. Gruppo di giovIni hipster milanesotti, alla moda, di età (per me) indefinibile.

Il momento in cui ho realizzato che avrei potuto perfettamente spiegare a uno di loro (che urlacchiava a voce alta di "non capire un cazzo di questa cosa dell'immaginazione del romanticismo") tutto l'argomento, il momento in cui ho capito che tecnicamente io sarei anche un professore (almeno a crediti universitari conseguiti), mentre lui no, beh, è stato un momento orribile; ci separavano sì e no sette/otto anni di età, ma almeno il doppio fra cultura e tutto. E allora ho detto: ho veramente venticinque anni. Poi, non pago, mi son spazzolato il maglione, eliminando i capelli impigliati, tipico gesto che i giovani non fanno.

Poi però un po' piango. Sono ancora giovane dentro. Cioè, veramente no, non lo sono mai stato; ma oggi, anzichè novant'anni dentro, volevo averne ottantanove e mezzo.

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