domenica 18 novembre 2012

Le situazioni purtroppo non cambiano.

L'altro giorno m'era venuta in mente una ragazza che conoscevo dalle elementari; tantissimi anni fa, la nostra maestra di italiano (chissà che fine ha fatto, l'ultima volta che la vidi, qualcosa come 5/6 anni fa, era vecchissima, leggermente rimbabita e incapace di riconoscermi; strano, visto che l'altro maestro - che al secolo fu pure il mio padrino di cresima - pur essendo più vecchio mi riconosceva) ci chiese quali libri volessimo leggere o ci piacesse leggere, per poter comprare qualcosa per la biblioteca della scuola, appena messa e ancora piccola.

Lei, mi ricordo, disse "Ma non so, qualcosa per ridere, che fa ridere"; e la maestra, molto seria, prendeva nota a voce alta, dicendo "letteratura... umoristica". All'epoca mi rimase molto impresso, chissà perché, il diversissimo modo di esprimersi; una che diceva "Cose che fanno ridere" e l'altra "Letteratura umoristica". Forse era anche la prima volta che sentivo il termine "umoristico"; ad oggi mi chiedo ancora con curiosità il perché di questa scelta. Una maestra elementare deve sì insegnarti l'italiano, ma forse, con dei bambini di seconda-terza elementare, dire "letteratura umanistica" è eccessivo, altisonante, qualcosa del genere insomma. Mi fece effetto proprio l'altisonanza, ecco. 

Questa ragazza, poi, la persi ovviamente d'occhio dopo le elementari (come quasi tutti d'altronde), visto che io non frequentai le medie nell'istituto del quartiere, come gli altri, ma andai dalle suore (grave errore...) in un'altra zona; la rivedevo sporadicamente, perlopiù a catechismo o in giro nel quartiere, ma comunque poco, visto che, com'è noto, non uscivo. Ai tempi dei primi anni di liceo mi capitò di incrociarla, non ricordo nitidamente perché, ma ricordo di averla vista qualche volta di fila sull'autobus, per andare appunto a scuola. Non ricordo però lei cosa facesse; per quanto mi ricordo, lei frequentò un qualche ITIS nel quartiere, forse pure abbandonandolo a metà, e di certo non prendeva la linea che portava al centro, dov'era il mio liceo. Insomma, fattostà che la incontrai diverse volte, e mi raccontò ovviamente cosa fosse successo negli ultimi 4/5 anni; emersero episodi buffi - per me - tipo storie di coca, di lei strafatta che cascava sullo zerbino di casa con le tasche piene di droga - e la madre che ovviamente la sgamava - e cose del genere. 

Oggi, alla veneranda età di 24 anni (come me), so che ha una figlia (o un figlio?) di circa 6/8 anni (lo/la ebbe quando ne aveva sedici, o diciotto, non ricordo; ma mi raccontò di come si fece mettere incinta perché ubriaca o di nuovo strafatta, non ricordo bene) e lavora come estetista, riparaunghie, nail artist e altri termini vari che indicano quelle donne tiratissime che rendono altrettanto tirate altre donne frustrate (và che catena eufonica). L'aspetto inquietante della vicenda è dato dal fatto che raccontava comodamente i fatti suoi (ero sbronza e sono rimasta incinta, ero piena di roba ecc ecc) come se niente fosse, probabilmente perché o non è mai stata molto lucida, o perché non è mai stata molto furba. Difatti sto tranquillamente raccontando la vicenda (vabbè, ho omesso il nome), dato che, se lei stessa narra senza problemi, allora perché non fare la stessa cosa?

Diversi anni dopo ancora, mi capitò di fare una di quelle cose atroci che rispondono al nome di "pizzata delle elementari"; ora, dovete sapere che sono rimasto in buoni (poi ottimi) rapporti con una sola persona, che ironicamente comparve solo in 5a elementare. Per assurdo frequentai quest'altra ragazza solo, appunto, durante la quinta, poi ovviamente la persi d'occhio alle medie (vedi sopra) per poi ritrovarla in periodo di liceo (prendevamo il bus assieme) e soprattutto universitario; poi per vari casi della vita ho iniziato a frequentarla ancora di più, ma manco so bene perché - e non che mi importi, visto che mi ci trovo bene e amen, a caval donato non si guarda in bocca, ad amico donato non si chiede perché.

Tornando alla pizzata, dicevo, ci andai con discreto terrore, proprio perché a parte la ragazza di cui sopra, e sporadicissimi incontri nel quartiere di tutti gli altri, non avevo idea di nulla; sapevo che girassero voci sul mio conto, legate principalmente al mio passato liceale di "tizio che si veste sempre di nero". Proviamo a unire i due elementi: tizio vestito di scuro + quartiere popolare con persone mica tanto a squadra = voci megagalattiche su cose inesistenti (stando a loro, probabilmente giravo combinato abitualmente come Robert Smith, cosa che forse all'epoca avrei probabilmente fatto volentieri, ma che in realtà non feci mai). Quindi figuratevi la mia "ansia" nel presentarmi. In effetti, a questa pizzata la maggior parte delle figure popolaresche non si presentarono; con tristezza, scoprii che gli "stereotipi" già impostisi alle elementari s'erano conservati: i tre "secchioncelli" (fra cui io) erano quelli che avevano, in università, i voti migliori. Il ragazzo sportivo era diventato allenatore di calcetto e uno studente accettabile; quello che studiava sempre il giusto si stava laureando prendendo qualsiasi voto gli uscisse, la ragazza che non capiva niente e andava malissimo oggi si barcamenava fra un posto di commessa, uno da parrucchiera o simili e delle gran battute razziste contro il prossimo. E così via, così discorrendo; moltissimi lavoravano, quasi tutti direi. I più "disgraziati" all'epoca erano i più "disgraziati" adesso, cosa che, appunto, mi mise molta amarezza; è triste che certe situazioni sembrino immutabili, no?

Dicevano gli Uochi Toki che "quando le situazioni sono già scritte nel Grande Libro delle Situazioni", beh, sono già scritte. E così il ceffo che non apriva libro, figlio (si diceva nel quartiere) di tossicodipendenti (beh forse è vero, se non ricordo male almeno uno dei genitori, se non entrambi, erano morti per droga, poveraccio) finisce per diventare un operaio o qualcosa del genere, però bullandosi, contento, di avere soldi, lussi, auto e stile di vita da stronzo. Insomma, che amarezza.
Comunque, non si presentò un tizio che all'epoca mi era molto molto simpatico, forse era uno dei pochi amici che avevo, un ragazzo campagnolo, di quei classici campagnoli che sono magari un po' rozzi ma schietti, un po' grossolani ma onesti, insomma ci siam capiti. L'ho rivisto diverse volte, fra cui una qualche mese fa; oggi ha i capelli lunghi, il vino pronto ed è, almeno in apparenza, il classico attivista convintissimo da centro sociale. Ma poiché sono stronzo e pavido, non gli ho ancora mai rivolto la parola. Magari la prossima volta che lo vedo mi presento e vedo che mi dice.

2 commenti:

  1. non solo viviamo itinerari musicali paralleli ma abbiamo anche passati (e relative nefaste rievocazioni) analoghi. per non parlare dell'accigliata ironia nella scrittura. argh!

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  2. Quando uno dice: affinità elettive.

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