lunedì 12 novembre 2012

Dormo e sono felice.

Stamattina, in treno, m'è capitato di ripensare a un paio di cose. Mentre non dormivo, s'intende; è infatti noto che io m'addormento quasi immediatamente su qualsiasi mezzo di trasporto, dal treno all'aereo all'autobus. Ma è una cosa micidiale eh. Anche in autobus. La stazione centrale di Genova (e quindi il centro) dista da casa mia poche fermate; io in genere prendo l'autobus lì. Tempo di salire, e se mi riesco a sedere subito ZAC sto già dormendo in pochi minuti. Ma subito eh. Quando abitavo in periferia era una cosa incredibile: dovendo fare 40 minuti secchi di bus dal centro, puntualmente mi addormentavo, e non di rado finivo per svegliarmi tardissimo e ormai fuori fermata. 

Naturalmente, questo vale anche per treni e aerei; il mio recente viaggio a Londra, per quanto mi riguarda, è durato pochi minuti. Ed anche nelle mie trasferte Padova-Genova, perlopiù, dormo. Quest'oggi stavo rientrando a Padova, ed ecco che, salito sul treno a Milano, decido di "chiudere un secondo gli occhi"; la voce meccanizzata dell'annunciatore della stazione mi sveglia: "SIAMO IN ARRIVO A: DESENZANO DEL GARDA". Il che significa più di metà viaggio nel mondo dei sogni. Almeno avessi sognato i Magri Notturni, invece no, manco quello.

Ed anzichè sognare mostri lovecraftiani, riflettevo nel sonno-dormiveglia; pensavo giusto al fatto che "stessi rientrando". Dopo un breve periodo di comprensibile disagio (la trasferta, l'andirivieni e sticazzi), legato anche alle condizioni di assoluto disagio della mia stanza (capitemi, passavo da una camera arredata con vinili appesi ai muri a una dov'ero privo di beni essenziali, tipo un comodino), che mi rendevano la trasferta triste e ria, oggi mi sento più a mio agio, più tranquillo. Non dico che "mi sento a casa" o che "vado a casa", ma più o meno ci siamo. Ghe semmu, come dicono i liguri. E lo so, non so scrivere, il mio genovese è pessimo e mi dò 4 e al posto.

Però pensavo anche al fatto, come ha detto un caro amico l'altro giorno, che ormai sono diviso fra "casa" e "casa-casa"; rientrare a casa, a Genova, mi faceva un po' l'effetto di "torno a casa dai miei". Per qualche giorno hai la mamma che ti lava la camicia, mangi in modo decisamente più calorico (non "migliore", ma semplicemente trovi molte più cose, perché tua mamma deve fare la festa ogni volta che arrivi), vedi qualche amico, qualche parente, dormi in un letto che sì, è il tuo, lo è stato per anni, ma non lo è stato per le ultime settimane, insomma, storiacce. Quell'effetto lì. Poi torni a Padova e ti senti, bene o male, "a casa tua", o come direbbero i leghisti "padrone a casa propria" (più meno). Tantopiù che nelle mie ultime trasferte nessuno ha avuto tempo di "occuparsi di me", visto che mia mamma ha passato tutto il suo tempo fuori casa, o quasi. 

La cosa buffa è che questo ha sostituito i miei pensieri di questo periodo. Per la serie: qualcosa in testa dovrò sempre averlo. Almeno però la cosa sembra dare un po' di respiro, il pensiero dell'adattamento non è poi così cupo; d'altronde anzi, mi sento meglio. Ricordo infatti che, per molti anni, sono stato un campione nel "non-adattamento", pretendendo di non cambiare mai le mie cose, le mie abitudini, le mie regole, con cose che andavano a livelli di duro autismo. Ogni volta che, ricordo, "infrangevo" una mia stessa regola, avveniva sempre come "esplosione" di stress, come reazione "estrema" a qualcosa. Ma alla fine cedevo, molto alla fine.

Ed invece, ora sembro essere più fresco, fin troppo adattevole; ho meditato e sono cresciuto, sono maturato. E mi sento più "cittadino del mondo", come si suol dire, nel senso che ormai mi abituo in fretta a tutto, a tutti i cambi; mi basta poco, e ogni posto mi sembra come casa in breve tempo. E' bene o male? Chissà.

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