lunedì 4 giugno 2012

Ricordanze - Io e le medie, ma anche oltre (II)

Dal post precedente consegue un atteggiamento di totale disinteresse verso tutto. Dove sarei andato, cosa avessi fatto eccetra eccetra erano domande di poco conto, l'importante era, letteralmente, finire la giornata lavorativa.

Cosicchè, un giorno ci trovammo, improvvisamente, piovuti dalle tasche di Dio, a chiederci "ma dove andiamo al liceo?". Interessante pure notare che, nonostante tutto, non avevo alcuna cognizione dell'idea di liceo o di ITIS, o altro. Per una combinazione di questo mio disinteresse, della noia e dell'educazione feroce ricevuta, più di altri fattori - come la provenienza culturale dei miei, io non potevo, materialmente, iscrivermi all'ITIS. Cioè, non esisteva nemmeno. Nell'istante stesso in cui mi veniva chiesto "cosa vuoi fare", le opzioni già partivano dalla domanda "Che liceo fai", non "Che scuola superiore fai". Siamo, diciamo, alla coercizione due punto zero: si escludono le alternative scomode facendo sì che la loro esistenza scompaia. Non mi venne mai detto "non iscriverti all'ITIS", ma direttamente non mi venne svelato che cosa fosse. Ed ovviamente io, disinformato e privo di interessi com'ero, certo non mi ponevo il dubbio.

Una cosa però la sapevo fare: avevo una mano abbastanza buona, nella media di dei bambini delle medie normali, per il disegno. O, perlomeno, se non ero bravo, ero appassionato, ed ero perciò disposto ad imparare. Quella è sempre stata una delle pochissime cose per cui provassi davvero interesse; col tempo ho capito, conoscendomi meglio, che so di essere interessato in qualcosa se ho voglia di applicarmici e di imparare da zero, facendomi insegnare da qualcuno. Se lo sforzo supera l'interesse (e succede quasi sempre), allora amen. A questo punto sorge spontanea una domanda: come chi mi conosce sa, io feci il liceo classico, peraltro in modo svogliato e con una carriera scolastica "discontinua" (eufemismo per "pessima"). Quindi: perché, dunque, non sei andato all'artistico, ai tempi?

La risposta esatta è: non lo so.

Non scherzo, non lo so, non me lo ricordo più. Ricordo infatti ai lettori - se ve ne sono - che la mia attuale coinquilina ha da sempre la grande capacità dell'uso del bispensiero, alla maniera di Giorgio Orwell. Nel suo celebre e distopico romanzo, "1984", raccontava del "bispensiero", la peculiarità della cultura imposta dal Grande Fratello, cioè quella di correggere e rivedere cose che precedentemente erano diverse. Se si era in guerra con uno stato, precedentemente alleato, la storia veniva riscritta in modo che quello stato fosse invece il nemico di sempre. 

Io sono sempre stato piuttosto distratto, lo ammetto, e quindi è spesso facile cogliermi impreparato sui ricordi; capita facilmente che mi dimentichi molte cose, dunque sono molto prono a questo genere di manipolazioni. Se incontrassi una persona, che spuntasse dicendomi "ti ho conosciuto al mare tre estati fa, mi devi quindici euro da allora", ebbene, se questa persona fornisse abbastanza dettagli circostanziati finirei probabilmente per crederci, convinto di essermi dimenticato di lei e dei suoi soldi. Sì, sono un po' rincoglionito, ma amen.

Questo cappello introduttivo serve a spiegare il perché, infine, non andai all'artistico. Come ho detto, non ricordo. Ricordo di essere stato, anni e anni fa, ad un classico "salone di orientamento" per studenti, lo stesso che poi, anni dopo, visitai come promotore del mio liceo (ne parlerò); qui vidi anche lo stand del liceo Klee (uno dei due artistici in città, e fra i due, quello che preferivo), e ricordo di aver preso del materiale, ma poi mi iscrissi al classico. Secondo mia mamma-coinquilina, io "Ho sempre voluto fare il classico, e mi ero preso male vedendo i ragazzi che fumavano, pieni di borchie, del Klee". Ma la cosa è improbabile, visto che io, negli anni immediatamente successivi, passai alla categoria "ragazzi pieni di borchie", come molti sedicenni medi. A supporto della sua tesi di revisione del passato, il fatto che la mia licenza media consigliasse la frequenza di un classico. Io, invece, sostengo - e ho sempre sostenuto - che lei mi avesse vietato l'artistico, per seguire le sue orme. Ne sono conseguite le seguenti ipotesi, tutte parimenti veritiere:

-1) Volevo fare l'artistico, ma mi venne vietato; alla maniera lacrimevole di mia mamma, non mi fu detto "NO", bensì "vai pure all'artistico, eh, tanto, qui, non conto nulla, e insomma, e poi io volevo tanto che studiassi come la mamma", muovendomi a pietà finchè non ho cambiato idea. Appena cambiata idea, il bispensiero ha modificato questo in "volevi fare il classico".

-2) Le forti pressioni di mia mamma, unite al fatto che la licenza media suggerisse il classico, mi hanno spinto verso questo liceo. Anche qui, la mia scelta dubbiosa è stata poi cambiata in una decisa adesione volontaria.

-3) La totale apatia e disinteresse scolastico mi han fatto pensare "uno vale l'altro"; quindi mia mamma ha insistito e ho ceduto. E di nuovo, questa è diventata una mia scelta volontaria.

-4) A colpi di demoralizzazione varia sono crollato verso il classico: principalmente per frasi felici tipo "non sei bravo in matematica, niente scientifico", e "sei approssimativo e non sai disegnare, non sei preciso, quindi niente artistico". E indovinate, anche questo diventa scelta consapevole.

Chissà cosa successe. Per anni rinfacciai la cosa a mia mamma, che per contro mi ha sempre rinfacciato il non aver voluto cambiare liceo dopo il primo anno; ma questo era difficile, visto e considerato che ogni santo giorno, proseguendo l' astuta propaganda a favore della revisione storica, in casa si ripeteva sempre lo stesso mantra: "Ho incontrato la mamma di X, che fa l'artistico, e dice che studia tantissimo, compiti fino a tardi, e tu i compiti non li vuoi mai fare" "E poi l'artistico è difficile, pieno di ragazzi difficili, e tu avevi paura di quei ceffi allo stand" "Ma se vuoi puoi cambiare eh, sarà durissima, difficilissimo, rischi di restare indietro" e così via, con altre frasi di chiaro incoraggiamento.

(Continua)

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