venerdì 1 giugno 2012

Ricordanze - Io e le medie, ma anche oltre (I)

Pensavo, oggi, in conformità con lo spirito di questo blog, ad alcune fazzenduole relative alla mia infanzia e gioventù scolastica. In particolare, mi ricordo di come, da giovanotto, fossi completamente privo di ogni forma, anche vaga, di consapevolezza del concetto di "domani". Questo almeno fino all'università; infatti, ora che mi trovo a scegliere consapevolmente una laurea specialistica, mi rendo conto che solo adesso, o quasi, decido con la mia testa e con una vaga coscienza del futuro.

E' evidente, certo, che un bambino delle elementari o un ragazzino delle medie non ha un concetto di futuro. Difficilmente questi penseranno "voglio studiare così diventerò X" oppure "mi iscrivo al liceo classico piuttosto che all'ITIS perché voglio fare il grecista da grande". Cioè magari sì, ma in forma vaga, come un sogno nel cassetto, con l'appoggio e il suggerimento dei genitori (e magari degli insegnanti) che diranno "Ascolta, cosa vuoi fare? Perché sei bravo in questo, ti consiglio così". O qualcosa del genere.

Ora racconterò quanto ricordo al riguardo. Ovviamente, si deve tenere conto di una cosa: stiamo parlando delle fumose esperienze, perse nei meandri della memoria, di un bambino delle elementari. Quindi è chiaro, tutto questo andrà preso con le pinze. Mi ricordo, quand'ero alle elementari, di essere sempre vissuto di rendita, o poco più; "bambino brillante", dicevano tutti, "se si impegnasse, se ne avesse voglia, sarebbe il leader". Ma la voglia era zero, e l'impegno meno uno; proprio perché riuscivo con enorme facilità, non mi impegnavo, come molti altri bambini. I compiti e tutto il resto, come per molti, erano una noia, ma non una noia "alla Bart Simpson" ("che pizza i compiti mamma, mi viene da dormire mentre li faccio"), ma piuttosto una cosa tipo "banale formalità, cinque minuti e ho finito". Non so perché abbia citato Bart Simpson. Boh.

Comunque, visto che i compiti e lo studio in generale erano una rapida formalità, mentre il resto del mondo e delle attività erano invece piuttosto essenziali, il tutto veniva o sbrigato in gran fretta oppure ignorato fino all'ultimo, o ancora risolto con un qualche rapido trucco veloce per eliminare la faccenda. Ho sempre avuto una mentalità del tipo "ti faccio contento con quello che mi chiedi, basta che non rompi". Il che significa che, quando arrivai alle medie, continuai con questo tipo di linea; il che però iniziava a diventare problematico: se alle elementari possiamo anche fare i giovani cialtroni, già alle medie un minimo di responsabilità dovrebbe uscire. Ed invece no. Mi spedirono, come già raccontai, presso una scuola di suore; le quali, "portando avanti un progetto educativo" (testuale, una volta mi dissero così, poi racconterò), non potevano certo permettersi di deludere l'enorme mole di studenti paganti e ricchi: così, i compiti e le verifiche erano sempre di una facilità disarmante, tutto foraggio per la mia attitudine alla rendita e alla vita di puro espediente. Ricordo in particolare, circa il pagamento, che diverse volte alcune suore di alta responsabilità (suora-preside o così via) spuntavano in classe, si avvicinavano a un qualche bambino, e dicevano cose tipo "ringrazia tuo papà per la ricca donazione"; coincidenzialmente, questi erano sempre i favoriti in tutto. 

A lungo andare, persi il senso della prospettiva. Se mi veniva detto di fare delle equazioni, o di studiare le equazioni, non pensavo di dover imparare a fare le equazioni in generale, ma semplicemente pensavo un qualche metodo per risolvere quelle equazioni, quelle quattro, cinque equazioni di compito, e amen. Poi, se non avessi avuto mai alcuna base, se non avessi mai imparato niente, poichè ogni nozione scompariva, sepolta dal "programma vecchio, non lo chiede più", e non aveva importanza. Ora mi accorgo che questo derivava in primis dal mio atteggiamento di rendita, ma anche, io credo, da un'errata educazione. D'altronde, come si può pretendere che un bambino o un ragazzino sviluppi doti tipo modestia, senso del dovere, voglia di lavorare e di sbattersi, quando viene cresciuto a colpi di "Sei intelligente e gli altri tonti", "Ah come sei intelligente", "Sei il migliore di tutti, mica come quello stupido di X", eccetra eccetra? Non a caso, amici ne avevo pochi, e ci credo: un bambino ripete quello che sente in casa, e io, ingenuo, ripetevo ai miei compagni "Mia mamma ha detto che sei stupido", motivo di infiniti disagi domestici. Mi ricordo infatti che puntualmente telefonavano le mamme dei bambini, offese, e io subivo delle gran legnate: "Non dire in giro quello che diciamo in casa". Troppo comodo, io penso.

(Continua)

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