martedì 8 maggio 2012

Scarpe da giapponesi.

Un paio di giorni fa, stavo guardando la ricetta di una preparazione svedese dal nome impronunciabile, carico di dieresi e di altri simboli fonetici che non so nemmeno come pronunciare. Anzi, di cui non so nemmeno il nome. Si tratta in realtà di una roba assai più semplice di quanto non sembri, visto che si tratta solo di una volgare torta di panini, anzi tramezzini, impilati assieme e combinati e truccati come se fossero una torta dolce. Per il vostro diletto, la googolo, e vi comunico che si chiama "smörgåstårta" (a voi il gusto della pronucia), così potete cercarvela e vedere che bellina che è.

Comunque sia, stavo pensando appunto a questa torta, e pensavo "immagina se la facessi a qualche festa, che figata". Con il classico tipo, anzi, la classica ragazza (in genere sono le ragazze a far così) che guarda il piatto con curiosità (curiosità genuina, non curiosità-diffidenza, quella cosa tipo "oh che cosa strana e carina", non "oh mio dio non lo mangerei mai), a cui tu dici "Assaggia, è un piatto svedese", e lei risponde "Ma sei stato in Svezia?", e tu "No assolutamente, però sono appassionato, leggo su internet..." e lei fa la faccia un po' mogia perché sperava in qualche aneddoto sulla Scandinavia. Poi da lì quasi inevitabilmente ti guadagnerai la fama di "quello che sa tutte le stranezze" e "che cucina cose esotiche" (esotiche, poi, manco tanto), e probabilmente anche di cuoco eccezionale (ma questo solo se vai in regioni dove si mangia solo il piatto tipico e niente più, tipo la Liguria o i paesini dell'hinterland estremo del sud). 

Poi pensavo alle implicazioni etiche della frase "E' un'usanza svedese". E ovviamente al fatto di conoscerla. Certamente, se avessi appreso della smorgas....smorg... quella torta lì "sul campo", andando in un locale in Svezia (aneddoto divertente: leggo che da quelle parti fioriscono i cartelli con scritto "fika" per indicare la pausa caffè. Così anche il pubblico maschile e prepubescente ride), magari la mia conoscenza anedottica avrebbe più valore. Tipo medaglia conquistata sul campo contro medaglia per anzianità. Però anche così ha un suo perché. Da questo discorso ho allargato l'argomento (e parecchio), pensando che forse, teoricamente, esiste un "modo migliore" di fare qualsiasi cosa, nelle mani della cultura di qualche paese del mondo. 

Per dire, pensa ai giapponesi che si levano le scarpe prima di entrare in casa (come secoli e secoli di cartoni giapponesi hanno insegnato a qualsiasi persona nata dopo il 1970). Giusto poc'anzi la mia mamma-coinquilina minava ancora una volta la mia pazienza sostenendo che "la galleria di scarpe che tieni in camera tua" (peraltro in bell'ordine) "va messa in dispensa". Alla domanda "perché" rimane fissa su alcuni punti vaghi, tipo "sporco", "disordine", e soprattutto "io non le metto così". Tralascio la discussione sugli effetti psicologici e filosofici della presenza di scarpe in camera da letto (sono convinto sostenitore del fatto che, a logica, i vestiti e tutto ciò che li concerne si debbano tenere in camera; ma mia mamma, che tiene i gioielli nell'ingresso, i pettini nel corridoio, le scarpe fuori dal bagno, i vestiti nell'armadio dell'ingresso e i maglioni in camera sua, evidentemente non lo pensa. Oppure ama i puzzles, o la caccia al tesoro; "cerca le mutande", "ora vai alla casella 9 e prenditi la collana", "complimenti, il pupazzo è vestito"), e soprattutto tralascio ulteriori momenti di disagio esistenziale ("dammi quella maglietta che la lavo" "mamma l'ho messa una volta sola" "eh allora se dobbiamo andare in giro zozzi..." "mamma quando io metto le maglie usate una volta sola a lavare mi fai delle teste così su come la roba si rovini se si lava sempre, deciditi, la lavo o non la lavo?" "E' un altro discorso"; notare come "è un altro discorso" sia un elegante sinonimo per dire "ho ragione io"), e passo oltre, tornando ai giapponesi. 

Dicevo, i giapponesi (le cui mamme evidentemente amano seminare abbigliamento per la casa) lasciano le scarpe fuori perché, come ho sentito dire, "sporcano" (il che in fondo è pure vero). Forse, il miglior modo del mondo di gestire le proprie scarpe è quello giapponese; allo stesso modo, pensiamo agli italiani e al loro modo di prendere il caffè a fine pasto. Forse il modo migliore di gestire il caffè è quello italiano. E così via, magari il miglior fritto di pesce del mondo è senegalese e il miglior rimedio per dormire la sera è un esercizio fisico diffuso che ne so, in Canada. Probabilmente ogni popolo della terra ha un'usanza che rappresenta l'apice di quel campo; sarebbe meraviglioso viaggiare per il mondo, restare diversi mesi (o anni) in un paese, apprendere le usanze e rientrare in casa propria, arricchendola con un pezzo di pianeta nuovo, e vivere con queste conoscenze, tenendo le scarpe da giapponese, dormendo da canadese e così via. E poi accogliere in casa gli amici stupiti, offrire loro un caffè turco, gustarsi le loro facce stupite e dire "usa così", perché gli orizzonti di casa propria sono sempre ristretti, e lo saranno sempre se uno non prova la novità.

Peccato che per farlo ci vogliano più soldi e meno Marii Monti. Conosco un paio di persone che hanno abbastanza soldi per farlo, fra cui un tizio che ha talmente tanti mezzi da permettersi una casa con due camere da letto solo per lui (e uno stato di vacanza semipermanente nel mondo, pagata da papà; al punto che un'insegnante disse di lui che "crede sia nato direttamente in vacanza"), ma investe male i suoi soldi, privo di interesse antropologico per il mondo. Infatti è in Erasmus in Spagna.

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