giovedì 3 maggio 2012

Ricordanze - io e l'università (1).

Ripensavo oggi al discorso di ieri sulla cultura, portandolo però sulla prima parte, e riflettendo cioè sul valore stesso di ciò che ho fatto, o, per meglio puntualizzare, sulla mia carriera universitaria. Questo perché oggi m'è capitato di "tornare" in facoltà dopo diversi mesi, cosa che mi ha appunto fatto pensare.

Mi sono laureato un paio di mesi fa, senza far troppa fanfara ; lo dirò: diversi miei compagni di facoltà hanno fatto celebrazioni analoghe a una nomina a papa o a presidente degli USA, invitando cugini fino al quinto grado alla discussione di laurea. Io preferii una cosa più modesta, invitando pochi parenti (anche perché pochi me ne sono rimasti) e pochi amici; la sorte ci mise del suo: un'insegnante di commissione aveva delle urgenze (non annunciate) e la mia discussione venne anticipata di un paio d'ore, col risultato che non ci fu nessuno spettatore. Nessuno. Niente di niente. Infatti gli invitati arrivarono tutti puntualmente, ma ormai troppo tardi; anche la festa post-discussione fu umile: non affittai locali in zona, non diedi banchetti nè ricevimenti.

Voglio dire, è solo una laurea.

Non fraintendetemi: alcuni giorni dopo diedi una festa con gli amici di sempre, affittando un locale e facendo chiasso fino a tardi; non è che son qua a far finta di essere super misantropo, odiare l'umanità e altre amenità da quindicenne fan di Burzum. Semplicemente decisi di festeggiare "a parte", senza girare per le vie della zona universitaria in pompa magna. E questo appunto perché è solo una laurea; non intendo darmi arie, non voglio dire "che ci vuole a prendere una laurea", visto che, come tanti altri studenti, nella lunga marcia al "pezzo di carta" ho faticato.

Semplicemente, ritengo che la laurea sia il "normale" coronamento di un percorso di studio; come dire: ho studiato sempre, con costanza, fino a ieri. Ho fatto i giusti sacrifici (anche troppi, secondo alcuni amici), mi sono impegnato, e sono stato premiato per il lavoro; ho conosciuto molte persone che hanno preso l'università sottogamba, per diversi motivi: chi ha preferito studiare poco per portarsi via una laurea veloce a colpi di diciotto, chi non studiava per depressione da "esame insormontabile", chi preferiva studiare con calma per poter approfondire meglio gli argomenti, chi studiava poco o nulla perché coperto dal papi potente, chi ha cambiato mille indirizzi in cerca del posto giusto, e fra questi, quelli che continuano a cercare invano, e quelli che alla fine si sono impegnati seriamente.

Io personalmente, dopo un inizio incerto (ho dato il primo esame con un ritardo disumano) mi sono preso bene e ho iniziato a studiare duro, recuperando come possibile il gap e voilà, prendendo una laurea; non c'è trucco non c'è inganno: se studi, se ti impegni al massimo, il risultato arriva. Lo dicevano già Aristotele e compagnia bella, che le radici dell'educazione sono amare, ma i frutti dolci (prima o poi, quando rivelerò al mondo l'esistenza di questo blog, a qualcuno fischieranno le orecchie, e mi prenderò una riga di maledizioni per aver usato per la milionesima volta questa frase). Probabilmente questo suonerà semplicistico, ma d'altronde perché farla complessa? Oggettivamente l'università è solo questo, impegno. Impegno e passione per ciò che si fa.

Donde i dubbi che molti giovani (fra cui me) hanno per l'università; spesso capita di sentirsi, come dire, fuori posto. E' capitato anche a me, accorgendomi che diversi fra i miei neo-colleghi universitari (al primissimo anno) erano decisamente più esperti di me, più professionali, più convinti. Ciò, giusto per aprire una parentesi più intimista, mi portò a un periodo piuttosto cupo, in cui dubitai seriamente non solo della mia scelta, ma anche della mia capacità di poterla affrontare al meglio; ciò che seguì, in realtà, fu peggio: quando si dice che la cura è peggiore del male. Sforzandomi all'inverosimile, iniziai ad inanellare dei trenta, affezionandomi ai miei nuovi amici universitari; il problema è che la maggior parte di essi proviene dal mondo dei cosiddetti "secchioni", ed intendo proprio in senso scolastico. La gente classica che aveva ottimo alle medie, nove al liceo e trenta all'università, sempre; entrai nel club dei giovani geni universitari, e la cosa mi gasò. Purtroppo, mentre mi gasavo, convincendomi di far parte del "nuovo club dei fighi" (mentre intorno a me vedevo gente lottare per il 25), mi allontanavo progressivamente dal vecchio gruppo, responsabile, a mia detta, di "non essermi stato vicino" nel precedente periodo di tristezza. Cosa che effettivamente successe, ma ripensandoci, non eravamo forse tutti in crisi? Evidentemente sì, o comunque non potevo certo pretendere di essere al centro dell'attenzione del prossimo quando anche intorno a me la situazione cambiava.

Insomma, si può dire che la mia reazione all'università fu influenzata da molti fattori, e ne influenzò molti altri. Solo dopo almeno due anni iniziai a realizzare che il mio posto non era fra i fighi superesperti; sicuramente io rientro nella categoria "ottimi studenti", ma non in quella "studenti iperappassionati". Iniziai a capirlo tardi, quando mi fu chiaro che tutti i miei amici desideravano solo studiare quello che studiavano, laurearsi e insegnare; il loro sogno della vita. E il mio qual'era? Non quello. E' ovvio che non sarei mai stato "al livello" dei miei colleghi, semplicemente perché quando io cedevo al "questo è veramente troppo difficile/palloso", loro proseguivano, per maggiore e oggettivo interesse. Ecco tutto. 

Ed ecco anche un altro dei motivi per cui ho evitato di fare fanfara. La fanfara è per chi desidera festeggiare il suo desiderato premio, io festeggiavo solo il completamento della mia missione, la chiusura del capitolo università (perlomeno del primo) e l'apertura del capitolo "vita adulta". Così capii "il mio posto", mi ridimensionai e tornai sui miei passi, restando in buoni rapporti sia con i vecchi amici che con i nuovi. C'è voluto tempo a capirlo, però. Ma d'altronde, diceva qualcuno che l'esperienza è questo, la somma degli errori che fai.

Pensavo a questo, oggi, rientrando dalla conferenza in facoltà. Pensavo proprio che questi anni mi sono piaciuti, che sono stato contento, soddisfatto, che li rifarei, pur prendendomela sicuramente più comoda, e credendoci meno, se capite cosa intendo. 

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