giovedì 17 maggio 2012

Osvaldo vs. la Sardegna.

Bisognerebbe concludere la cosiddetta "Trilogia di Osvaldo" definendo infine un episodio capitatomi di importanza fondamentale (come il resto del sito); ora, già occorre premettere che il termine "Trilogia di Osvaldo" me lo sono pensato dieci minuti fa, e che quindi no, non me l'ero pensata prima, ed inoltre va specificato che sento che torneremo a parlare di Osvaldo. Sia nel suo ruolo di sventatruffe che nella sua accezione mistico-filosofica, come rappresentanza del Bene nell'uomo.

Comunque, volevo spendere due parole su un episodio accaduto diversi anni fa, almeno un due, tre anni. E poi volevo spenderne altre due sul termine "spendere due parole", che in effetti è orrendo, specie perché le parole non si spendono. Se si spendessero sarei ricco. Sono affilate e preziose, come ci insegnano (credo) i Baskerville, ma non economicamente spendibili. Peccato, molte cose di cui abbondo non sono spendibili, dev'essere una legge cosmica, povero di cose utili ma ricco in minchiate.
Però siccome di parole devo spenderne due, e non seimila, la mollo lì.

Un due-tre anni fa, dicevo, mi capitò il primo, infausto incontro col mondo del lavoro; un po' afflosciato dall'università (ero agli esordi e non ero ancora nè ben inquadrato nè convinto), decisi di cercarmi un lavoretto, sempre con la mia solita logica del "lo accetto poi vedo, se prende bene e rende meglio lo continuo ad libitum, se no torno a studiare". Stranamente questa logica non ha mai funzionato, chissà come mai; nel senso che non m'è mai capitato di dover accettare alcunchè. Cercando, trovai un posto pulito e semplice, guardando un annuncio di giornale; trattavasi di un posto da magazziniere, essenzialmente (a com'era descritto), poco più che fare il sorvegliante di uno stanzone. Pensai che il posto venisse a fagiolo perché, nelle pause, o nei momenti in cui non avrei avuto nulla da fare, avrei anche potuto studiare due righe.

Così, bello della mia bellezza, spedisco il curriculum, vengo richiamato subito (incredibile, pensai), e via, mi presento, elegante, sbarbato, incravattato, sistemato al meglio. Passo il colloquio nel pomeriggio, mi dicono di ripassare l'indomani per iniziare. Mi presento in un lussuoso stabile del centro, entro in uno studiolo moderno - e rovinato dalla presenza di una fastidiosa M2O a pieno volume (non che M2O in sè mi dia fastidio, ma alle 8.15 di mattina la disco a bomba è pesante) - e mi accomodo. Dopo pochi minuti mi fanno entrare, e il responsabile, un pelato giovane e dalla faccia rampante, un po' un incrocio fra Gordon Gekko e Saviano (ma con la faccia meno da meridionale), mi fa accomodare. Due parole di congratulazioni, complimenti, lei viene bene per questo posto MA c'è un ma. Prima di darle il magazzino, capisce, le dobbiamo mostrare "la parte esterna del lavoro"; mi insospettisco e mi insolentisco. Già avevo avuto qualche dubbio il giorno prima, quando un qualche grebano generico, sulla cinquantina, era entrato sbraitando, agitando il giornale, e urlacchiando qualcosa tipo "sono vent'anni che faccio il magazziniere, datemi il posto, che cazzo mi fate fare il curriculum". Lo avevano spedito fuori a calci; pensai che fosse legato alla maleducazione e alla grebanaggine.

E invece no, l'avevano cacciato perché costui evidentemente era un magazziniere vero, non finto; la "parte esterna del lavoro" consisteva nell'imbonire passanti a caso vendendo cellulari porta a porta, nei negozi. In pochi minuti mi trovo in macchina con la squadra di professionisti che mi avrebbe istruito, li ricordo ancora con orrore come un campionario di casi umani:

-1) Un giovanotto che anticipava lo stile Fabrizio Corona: capello raccolto e unto, occhialoni, accessori vistosi, giacca su camicia chiara, visibile livello di istruzione (Critone, siam sempre qui) di una talpa del Borneo.
-2) Un qualche ex pentito di mafia, sulla quarantina, abbondante, malrasato, camicia mezzo aperta, giacca a vento; era l'autista della squadra.
-3) Un ragazzino, che sembrava perfino più giovane di me (e io avevo tipo vent'anni), lampadato, faccia cicciotta da "un tempo ero un ciccionazzo, ora ho scoperto la palestra"), ciuffo ossigenato, piercing all'angolo della bocca, camicia chiara, braghe gessate a vita bassa, bomber o giaccone gonfio in genere (non mi ricordo).

Questo terzetto ben più inquietante di qualsiasi assemblea dei Cenobiti (perché tutti voi avete visto Hellraiser, vero?) mi spiega il lavoro: imbonire i passanti, vendere cellulari, portarsi via dei gran soldi, "fare campana", cioè vendere il numero massimo possibile - che poi coincideva col minimo per uno stipendio umano. Sto al gioco e me la fingo, faccio il simpatico mentre penso ad una fuga o a qualcosa di simile; già penso tipo "quando torno a casa disdico l'impegno, per ora finiamo la giornata e amen". Dopo dieci-quindici minuti di auto verso l'autostrada (e dopo che il discorso è già volto su "Oh ma tipo perché c'hai i capelli lunghi? Che tte piace il metal il rock duro?" "No no sai, è una cosa di stile, così, mi piacciono (mentivo spudoratamente per tenerlo tranquillo)". 

Scopro così che i miei tre anfitrioni non solo sono tutti e tre allegramente meridionali (ma non di Napoli o Catanzaro o Palermo, qui si parla proprio di Castellammare di Stabbia o paeselli del genere); ovviamente non ho alcun pregiudizio nei confronti dei meridionali, nè tantomeno Roma Ladrona, terroni merda non lavorano eccetra. PERO'. Però costoro i pregiudizi, diciamo, te li fan venire. Difatti, quando siamo alle porte dell'autostrada, mi viene illustrato il piano.

"Noi tre" - mi dicono - "Visto che è quasi Natale e non c'abbiamo avuto il tempo di comprà i regali (era il 21, 22 dicembre o simili), ce ne andiamo alla Fiumara a comprare i regali (la Fiumara è un noto centro commerciale genovese), poi magari ci sta pure una canna e finiamo la mattina così, diciamo al capo che abbiamo lavorato, mò accosta che prendiamo il caffè prima di andare in autostrada; ma te fumi, ci stai per la canna?"
"No no guarda, ho smesso (mentivo di nuovo: non ho mai iniziato, ma volevo continuare a tenerlo buono)".
"Ah vabbè, andiamo a prendere il caffè"

Si trattava di agire in pochi minuti; con un arguto trucco, monto la faccia più tragica che posso (anni di recitazione tornano bene), mi autotelefono, simulo una tragedia umana, un'emergenza della folla, parlo col capo-ladro e scappo di corsa. Dico loro "parlo io poi al capo in ufficio", e volo. Scompaio letteralmente, rischio piuttosto di farmi investire dallo svincolo autostradale pur di essere LONTANISSIMO prima che costoro finiscano il caffè. Rientro in centro, torno dall'ufficio del capo; rifaccio la faccia tragica, sbadiglio un paio di volte per simulare l'occhio lucido, suono. Mi apre lui, bello fresco, che sfumacchia e chiacchiera con la sexysegretaria di turno. Biascico, gesticolo, gli faccio la scena madre della tragedia umana, scappo. Trotto a casa, lontanissimo, brucio l'annuncio. Cerco di dimenticare la sua voce e il suo accento sardo.

L'indomani chiamo per un annuncio: cercasi personale per apertura supermarket. Sento una voce sarda.

Butto giù.

2 commenti:

  1. Sinora mi sono divertito a fare il lurker ma questo episodio di vita (e dal dettaglio sulla sarditudine di sta gentaglia) mi solleva la domanda: erano mica in corso dogali questi disgraziati?
    Perchè nel caso siamo passati per la stessa esperienza...

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  2. No, erano in via Venti; ma informandomi ho scoperto che fanno capo tutti, effettivamente, alla stessa persona. Dovrei perciò chiamare qualche amico finanziere e risolvere la questione.

    Grazie del lurking, continua a seguirci e a ridere!

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