mercoledì 30 maggio 2012

David Carretta.

La verità è che io mi emoziono sempre per poco, questa è la verità. Come i bambini piccoli quando vedono i cartoni e/o il loro eroe. Come quel mio amico che, quando ha visto per la prima volta un arabo (correva l'anno 1980 e qualcosa, l'arabo era ancora una novità esotica), non ha capito più niente, e da allora ha acquisito la forza e la velocità di un muezzin adulto, come se l'avesse morso un muezzin radioattivo. Cioè, no, però è rimasto fascinato dal mondo arabo e nordafricano come non mai.

Mi emoziono sempre: poc'anzi mi sono ripromesso di fare una focaccia con le patate, lasciarne a metà la preparazione e finirla domattina, ma mi conosco, so benissimo che non dormirò un solo minuto finchè quella focaccia non sarà cotta e pronta. Non riesco, giuro. Dovrei farmene una ragione, penso. E' come quando, da piccolo, vedi i regali e passi il ventiquattro notte a girarti in attesa di aprirli (di Babbo Natale non poteva fregarmene di meno, a me interessavano i regali); mi ricordo un Natale in cui cercavo di dormire, ero andato a letto prestissimo apposta (mi ero astutamente calcolato le ore di rigirìo nel letto, in modo da ricavare un ammontare complessivo di ore di sonno sufficienti per godermi la giornata dopo... E' una cosa un po' malata ma meno del previsto: ho sempre avuto problemi col sonno, un giorno ne parlerò), ed ero lì a rigirarmi, osservando dei pattern di luce sul muro che cambiavano. Erano le luci ad intermittenza dell'albero di Natale, mescolate alle luci della cucina di mia mamma che lavava i piatti. 

Ero decisamente piccolo, mi ricordo, c'era ancora mio padre, ma non saprei risalire a quale Natale fosse. Che poi, quand'ero proprio piccolo, il Natale voleva dire molte cose, ma voleva dire anche e soprattutto "tovaglie di Natale" (è già la seconda volta che qui si parla di tovaglie, non vorrei si pensasse che sono uno spacciatore di tovaglie sotto copertura). In particolare ne ricordo una con disegnato un Babbo Natale camionista che scendeva da un mostruoso tir rosso, enorme, pieno di luci. Quand'ero piccolo, fra quello e le pubblicità della Coca Cola, mi immaginavo Babbo come una specie di omaccione nerboruto, un tipaccio gentile, non un vecchio grassone rincoglionito, ma un Babbo tosto, un camionista con la barba bianca o un motociclista canadese in tutina rossa. Qualcosa di serio, mica pizza e fichi.

Donde, penso, la mia fascinazione per i camionisti. Se rinasco, voglio fare il camionista. E' probabilmente l'unica categoria sociale, oltre ai rivoluzionari messicani, ai lottatori di sumo, agli imitatori di Elvis e ai gangsta, a cui è concesso di essere panzoni per definizione. Un camionista magro è una rarità, come un collega di mio padre, me lo ricordo, magro magro, sempre elegante, con quell'eleganza leggermente esagerata, capelli corti, occhiali scuri, donde il suo soprannome di "Killer". Era un po' tipo l'Agente 47 con più capelli e meno massiccio.

Ma poi cos'è che volevo dire? Che sto ascoltando David Carretta, ce l'ho in testa da stamani alle otto, quando un amico mi ha svegliato di sobbalzo via sms (facendo vibrare il cellulare con uno sgradevole TRR TRR TRR sulla superficie legnosa del mio comodino) per chiedermi se un altro nostro amico comune domani pomeriggio lavorasse. Insomma, una domanda un po' così, fattostà che ho Carretta in testa da allora. E sogno di avere dei baffoni come i suoi, accidenti.

Comunque non volevo dire quello, volevo dire che mi emoziono. Il senso ultimo è: sto desistendo dalla ricerca di trovare un lavoro, mi arrendo, tornerò a studiare. Probabilmente a Padova, insieme alla mia fidanzata (ma non nello stesso settore); chissà che accadrà. Se mi trasferirò, finirò in camera con qualcuno o alla casa dello studente. E quindi mi emoziono, pensando "cosa mi capiterà?", ma soprattutto "quanto bene si starà lontano da tua mamma, che ti redarguisce perché tenendo le mutande in disordine nel cassetto vanifichi il suo lavoro di stiratura delle mutande?".

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