mercoledì 2 maggio 2012

Critone vs la cultura, take I

Uffa.

Mi annoio come un criceto sulla ruota. Probabilmente perché persisto a non avere un lavoro, nonostante i miei sforzi e il mio seminare curricola in giro qua e là, sempre con risultati zero; dice un mio amico che "all'inizio è dura", ma oh, sticazzi. Finora mi hanno contattato solo ladri e imbonitori vari, lavori a provvigione o figuri che chiedono cose tipo "apertura partita iva" e affini.

E quindi mi annoio. "Non studio non lavoro non guardo la tv, non vado al cinema non faccio sport", come cantava Ferretti ai tempi d'oro. E non studio non perché sia un giovane svogliato, ma più semplicemente perché ho già finito. E insomma, ho finito. E mi domando: per che cosa?

Dubbi amletici sull'utilità dell'università, si potrebbe dire. Tipici nei giovani laureati rimasti senza lavoro (un'enorme fetta dei giovani italiani, fra cui me), un clichè dietro l'altro. Comunissimi sono anche i ripensamenti del tipo "Mi sono pentito, se tornassi indietro non lo rifarei". Ed invece no, io mi dico contento, soddisfatto di quel che ho concluso; anni di studio in Lettere mi hanno reso una persona migliore e...

Aspetta un attimo.

Una persona migliore. Ma sotto quale punto di vista (Ok, ammetto, il cappello introduttivo era per portare il discorso qui)?

Sicuramente io sono felice di ciò che ho studiato, mi ha dato soddisfazioni e mi ha mostrato cose che altrimenti non avrei certamente potuto conoscere; l'incontro con la latinità, la grecità, la grande letteratura italiana, la storia, l'archeologia. Possiedo saperi interessanti, certamente vetusti ma non per questo di scarsa rilevanza. Però mi pongo un dubbio puramente filosofico: in che senso io sono "una persona migliore"? Discutiamone insieme, o Critone (cit.).

Iniziamo con alcune premesse teoriche: qual'è il dubbio su cui stiamo discutendo? La verità della frase "studiare rende le persone migliori". Chi dice questa frase? Tutti, direi; difatti, alcuni modi di dire come "non ha studiato" si usano quotidianamente per definire una persona che ha commesso qualche errore grossolano, o che si è comportata in modo discutibile, o che ha comportamenti giudicati universalmente rozzi. La frase cela in sè un inevitabile classismo: "chi ha studiato" definisce "chi non ha studiato" con una punta di cattiveria, e un misto di malignità e forse compassione, del tipo "poveretto lui".

Io stesso, confesso, talvolta esprimo pensieri del genere; conosco diverse persone che, per vari casi della vita, non hanno studiato (appunto), finendo per diventare muratori o altre categorie umili (appunto), pur essendo indubbiamente brillanti. Ma proprio su questo vorrei portare il discorso e l'attenzione; escludendo momentaneamente dal discorso chi fa dello studio un vero classismo (cioè chi effettivamente ancora pensa che lo studio serva a pochi per dominare sul popolo bue dei molti, e persone così, specie fra gli anziani o i conservatori, ancora ce ne sono), mi domando: come definiamo "uno che ha studiato"? In cosa è migliore?

Ho riflettuto sull'argomento, e l'ho suddiviso in categorie. Una categoria "pratica" e una "teorica". Ed adesso, o Critone, ne discuteremo insieme (cit.).

Iniziamo dalla teoria. Il sapere e lo studio, per definizione, mi permettono di accedere a mondi e conoscenze che, nella mia vita di tutti i giorni, non avrei; se studio lettere conoscerò la romanità, se studio lingue straniere avrò spaccati di società estere, se studio psicologia conoscerò la mente e l'antropologia, se studio economia padroneggerò la finanza e le economie estere, e così via. Dunque la differenza fra me e un contadino è che io conosco la teoria dietro il nostro mondo, mentre il contadino conosce solo le sue sementi e il suo orto. Teoricamente è così. Ma in pratica, obietto su diversi punti:

1) Nel 2012, ritengo alquanto improbabile l'esistenza di personaggi esageratamente bifolchi, effettivamente privi di ogni tipo di conoscenza al di fuori del loro orticello. Intendo dire cioè che non esiste certo più il contadino stereotipato che firma con la X (quando costretto a firmare), mangia pane e formaggio e si sposta in scenari agresti con trattori o Api Piaggio. Probabilmente figure del genere rimangono solo in un ristretto manipolo di anziani, ma sicuramente nelle "nuove generazioni" non esistono più. Perciò non esiste più un bifolco estremo che sia surclassato dalla mia cultura: probabilmente non conoscerà tutte le sonate di Mozart, ma saprà dell'esistenza di Mozart. In altre parole, la "cultura comune", chiamamola così, si è molto espansa rispetto al passato: ed ora è sufficiente a dare una base dignitosa a chiunque, sufficiente ad evitare di essere uno scarpone come Dinamite Bla.

2) Per più di una questione, viene da porsi il dubbio sull'oggettiva utilità di una conoscenza, magari esageratamente teorica od astratta. Attenzione: il discorso si fa qui complesso. Una complessa formula di analisi matematica sicuramente non servirà alla casalinga di Voghera per comprare le mele al mercato, ma servirà allo scienziato sovietico per sparare i razzi sulla Luna e battere i capitalisti nella corsa allo spazio. Questo per dire che qualsiasi cosa, in teoria, può essere contestualizzata nel suo settore e diventare preziosissima; un amico farmacista qualche giorno fa mi chiedeva l'utilità di una materia come la Paleografia Latina, e commentava ironico che ovviamente la disoccupazione cresce, se ci si può laureare in questo. Ma d'altronde io ribatto: se vogliamo datare un reperto archeologico, a chi rivolgersi se non al paleografo? Per conoscere adeguatamente il passato remoto della civiltà latina, prima della scrittura, a chi devo chiedere? E questo è solo un esempio.

Dunque, se ogni cosa è contestualizzabile e se oggettivamente non esistono più bifolchi esagerati come i figli di Cletus il bifolco, allora non esiste più una superiorità teorica - a livello di quantità mentale di saperi - per nessuno. Io conosco la paleografia latina, il contadino le sementi; a lui non servono le epigrafi, a me i semi. Quindi: sono superiore a qualcuno per quantità di sapere? No.

Allora passiamo alla pratica: a cosa serve avere studiato? A vivere meglio? Ma in base a cosa?

Anche qui potremmo dividere in tante categorie, e lo faremo.

PRIMA IPOTESI: chi ha studiato vive meglio perché la cultura gli mostra divertimenti superiori.
Esempio: chi non ha studiato ascolta le miglior hit disco, chi ha studiato ascolta Mozart. Abbiamo già appurato che entrambi i soggetti hanno idea dell'esistenza di un compositore chiamato Mozart, ma solo uno dei due ne apprezza le sfumature e lo ascolta, perché (magari) ha studiato musica, mentre l'altro vede la musica classica come una cosa noiosa, che certo non aiuta a cuccare tipe in disco.

Difatti, proviamo a vedere la questione sotto un'altra ottica; siamo al sabato sera, e abbiamo due trentenni. Uno dei due, bello nella sua camicia bianca, va in discoteca in riviera, balla, beve quattro drink, rimorchia una sboldra come lui e conclude la serata in modo birichino (se capite cosa intendo); divertimento schietto, semplice, primitivo. Ma potremmo quantificarlo matematicamente con un immaginario 100; ha bevuto e ha fatto sesso, soddisfacente nella sua semplicità animale. L'altro si reca con alcuni amici musicisti a sentire una filarmonica suonare il Lacrimosa; a fine serata, birra e commento critico dei musicisti. Si è divertito? Sicuramente sì, ma quanto, percentualmente, sul cento di prima? Il divertimento sessuale probabilmente surclassa qualsiasi altra cosa; è orrendo da dire, ma a livello chimico e animale è così. Serotonina ai massimi livelli. Quindi: lo studio mi ha consentito un divertimento superiore e più alto, di qualità diversa ma sicuramente di quantità inferiore. 

E a questo punto: è meglio la quantità o la qualità? L'esempio del divertimento può applicarsi, lievemente sfumato, praticamente a tutto. Questo porta alla seconda ipotesi:

SECONDA IPOTESI: chi ha studiato, potendo avere un divertimento superiore e raffinato, preferisce un prodotto di maggiore qualità, nell'arte, nel commercio, nel cibo, nella bevanda.
Chi ha studiato, in teoria, è abbastanza raffinato da evitare il film dei Vanzina e preferire un film più colto, o impegnato. Io purtroppo non mi intendo minimamente di cinema, quindi, per amor d'esempio, terrò "Borat" come esempio di "film comico di qualità", sperando di averci azzeccato. Il film vanziniano è noto universalmente come "cinepanettone", e tutte le recensioni concorderanno nel bollarlo male per, poniamo, umorismo volgare, gag ripetitive e scontate e scarsa recitazione; mentre Borat, anch'esso film umoristico, sarà approvato per umorismo non volgare, gag insolita e grande capacità recitativa. Obiezioni:

1) Se effettivamente la realtà delle cose è così, allora è oggettivo. Quindi chiunque può notare che Boldi che urla "AHIAAA" è una stupidaggine, giusto? Se il Tavernello ha un gusto pessimo rispetto al Chianti, chiunque può notarlo. Quindi non serve la cultura per capire che un prodotto X è di qualità, giusto? Servirà piuttosto per apprezzarlo.

2) Da un altro punto di vista, la definizione stessa di "cultura" è ridicola; un quadro di Pollock si distingue da delle macchie sul pavimento perché qualcuno lo ha definito "opera d'arte". Ma quel qualcuno a sua volta viene da un mondo di altra arte; un po' come dire che è un ciclo che ravviva se stesso, un cane che si morde la coda. Il critico cinematografico che stronca Vanzina è cresciuto a colpi di Pane Amore e Fantasia, che qualcuno prima di lui ha recensito come grande film. Ipoteticamente, quindi, io potrei creare una tendenza sociale qualsiasi, ad esempio lanciare una moda musicale "insolita" (come quando esplose la mania per i Sunn e per generi affini), solo con gli strumenti del denaro, della pubblicità, dello status symbol e quant'altro. Un tempo il Rolex era uno status symbol, ora è un oggetto cafone e pacchiano; perché? Perché qualcuno ha detto così, qualcuno più influente di chi diceva il contrario. Questo perciò varrà anche per la cultura. 

A questo punto, veramente la cultura determina migliori divertimenti? No, la cultura - società (almeno in teoria) determina quali divertimenti sono più raffinati e fornisce gli strumenti per apprezzarne la raffinatezza; per fare un esempio stupido, la cultura ci dice che il Chianti è un buon vino, e ci fornisce un calicino da degustazione. Ma nulla, in teoria, ci vieta di berci un Tavernello. Ciò, per estensione, porta a un'altra conclusione parziale: l'acculturato ha più divertimenti possibili, ma meno intensi (in quanto ognuno di essi porta una serie di punti in cui trovare possibili difetti: nella musica classica, ad esempio, ci accontenteremo difficilmente, cercando sempre la filarmonica perfetta), mentre il grebano ne ha meno, ma più intensi (cioè: tutti i miei sabati sera sono in disco, ma ogni sabato sera cucco). Dunque il dubbio: quantità o qualità? Fatti non fummo a viver come bruti, certo, però il dubbio permane. E poichè questo è un dubbio, sicuramente la cultura non serve a questo: la domanda "Uno è migliore se ha studiato perché ha divertimenti migliori" non può avere un "dubbio" come risposta, quindi la domanda non ha senso.

TERZA IPOTESI: la cultura rende superiori perché permette di operare scelte nella vita quotidiana più ragionate. 
Questo è forse quanto di più vero c'è fra gli eventuali motivi. Chi ha studiato, probabilmente, è più avvezzo a leggere un giornale, a documentarsi, a rifiutare la vulgata dei media televisivi, e perciò, ad esempio, a votare più consapevolmente. Non considero nemmeno l'eventuale immagine del bifolco travolto dal modulo 740 incapace di compilarlo, per il discorso di cui sopra. E non considero nemmeno l'immagine dell'imprenditore ladro che, pur consapevole della scorrettezza di questo o quel politico, preferisce votare per suo interesse piuttosto che per il bene del Paese, perché eccezioni e casi umani ci sono sempre (c'è cioè lo studioso che vota male, prendi Ghedini, e il muratore che vota bene). 

Quindi per estensione: il colto vive e vota la sua politica seguendo un ideale che ha appreso da un libro, mentre il non colto vota "di pancia" (come dice un amico mio)? Teoricamente sì. Ma allora il muratore che vota Rifondazione? E' comunista senza saperlo? Quindi allora la cultura serve solo a rendermi consapevole dell'esistenza di qualcosa, di nuovo, ma la scelta ultima sarà legata a me e al mondo sociale che mi ha prodotto; conosco persone di altissimo ceto sociale, ricchissime e piene di cultura (in teoria) con la profondità psicologica di una pozzanghera. Gente che, pur potendo permettersi il Chianti di cui sopra, e pur avendo il calicino di cui sopra, preferisce il Tavernello.

Ometto il discorso sul "la cultura ti dà un posto di lavoro migliore"; in teoria è vero, ma il discorso è influenzato da troppi fattori, e non esiste un momento ideale su cui basarsi. 

Complessivamente, quindi, o Critone, siamo arrivati a una conclusione (parziale, sento che riprenderò il discorso); la cultura non serve a rendere superiori, sotto nessun punto di vista oggettivo, se non offrendoti strumenti per comprendere realtà (che essa stessa definisce come migliori), che poi sta a te accettare?

Giusto?



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