venerdì 29 giugno 2018

Primi dischi di Valentina Salerno

Va a finire che son passati altri due, tre, forse di più mesi dall'ultima volta in cui ho tirato giù due righe; solo ora che lo scrivo noto l'evidente analogia con una metafora per l'assunzione di stupefacenti, e mi commuovo notando come solo la specifica di una parola cambi radicalmente il senso.

Pensa te.

Ma pensa te.

Nel frattempo, son passate quelle due, tre cose, forse quattro, forse non so contare, non ho mai saputo contare, ma ho imparato a scrivere. Non ho mai saputo contare probabilmente perché il mio maestro elementare - nonché padrino di cresima, in campagna dove stavo io da piccolo le cose si facevano in famiglia, tutta roba inter nos - ci aveva insegnato a contare in base otto. Come i computer, poi uno mi domanda come mai mi piacciano i Kraftwerk.

Pensa te.

Ma pensa te.

E' vera questa cosa della base otto, comunque; ci aveva procurato dei quadrati divisi in quattro, ed ognuno dei quarti, di colore diverso, indicava una potenza differente. Uno, due, quattro, otto. Mi ricordo ancora lo schema di colori, bianco uno, rosso due, viola quattro, marrone otto. Perciò il dieci era, ad esempio, un quadratino rosso e uno marrone. E così via. Contavamo in base otto, rendiamoci conto.

Pensa te.

Ma pensa te.

Fattostà che non ho mai imparato a contare bene, le divisioni ancora oggi non le so fare, non mi ricordo nemmeno il procedimento per fare le divisioni in colonna, o come diavolo si fanno, non lo so. Un caro amico me le aveva spiegate un paio di anni fa - avevo ventisei anni massimo - e me lo sono dimenticato di nuovo. Un caro amico che oggi ho perso, non è morto per fortuna, ma è uscito dalla mia vita, uscito come escono dalla tua vita le donne possessive e le storie d'amore finite male, uscito dalla mia vita come un lavoro da cui ti licenziano o una patente che ti sospendono perché hai tirato giù uno. Ed è uscito senza nemmeno che fosse colpa mia, col mio carattere infausto uno potrebbe pensare che l'ho spedito a ricevere la benedizione di Santa Zaira, ma non è così. Ed ancora non me ne capacito.

Pensa te.

Ma pensa te.


Non me ne capacito, perché nonostante sia uno che notoriamente non si tira indietro e si tiene tutti gli ostacoli, smaltendoli - prima o poi - questo non l'ho ancora del tutto accettato. Chissà come mai. Comunque è stato lui a darmi una mano a recuperare le mie gravi lacune nel calcolo, che in ogni caso non ho mai recuperato del tutto. Infatti, ho imparato a scrivere bene - tranne qui. Ho imparato a formulare pensieri in un italiano civile e corretto, evitando enormità e abusi lessicali vari. Per esempio ho imparato ad evitare tragicomiche espressioni ed anacoluti raccapriccianti di differenti nature, come la nuova lingua ad oggi così diffusa nelle aziende.

Pensa te, dico, pensa te come parliamo.

Con quella lingua che vuole essere educata ma è puro servilismo, l'orrore del tempo moderno, il "posso chiederti di", il "gentilmente", il "le domando cordialmente" che puzza di minaccia velata, il ripugnante buona giornata a fine frase, l'angosciante uso delle abbreviazioni, ed il sempreverde "giusto per capire", educato modo di far intuire all'interlocutore che gli si sta dando la stessa importanza, nell'economia dell'esistenza, di un verme del mescal, o di un disco di Calcutta.

Pensa tu (dico, per far diverso).

Ma un vero maestro della letteratura inglese, il cui unico difetto era di odiare il gelato e i prodotti ittici - il razzismo è un particolare su cui gli concediamo l'amnistia - ci insegnò che non è morto ciò che in eterno può attendere, e che dopo strani eoni, anche la morte può morire. Ci insegnò questo, e ci fece capire, perlomeno a me, che nelle aziende usa così. Che nel lavoro usa così. Che il servilismo va mandato giù ancora per tanti anni, che le basi della carriera, o quantomeno di un'attività professionale seria, va costruito nel tempo, accettando le cose. Accettando il parlare in modo ormai privo di vita e di voglia di vivere, in una distopia dove fra le nove e le diciotto - parafrasando Dolly Parton - ti comporti, parli ed agisci in maniera ormai automatizzata, fossilizzata su processi e cortesie che si chiamano "cultura aziendale", ma che io definisco "lobotomia".

Non è che non ami il lavoro, beninteso. E' che amo la vita che dovrebbe sostenerlo, non apprezzo l'idea di dover diventare un pupazzo, meno di una macchina; sono già una macchina, non mi serve diventarlo ancora di più. Ma appunto come dicevo, si sopporta tutto. Si tira avanti. Si trae il positivo, lo si vede anche dove non c'è. ma lo si vede. Si riflette sul futuro, si pensa che nessun atto va mai sprecato, come dicevano sia Sant'Agostino che i pensatori giapponesi di alcuni secoli prima (curiosa analogia). Non si spera che le cose vadano meglio, ma si realizza la propria speranza.

O perlomeno, io penso così.

Ma pensa tu.

lunedì 9 aprile 2018

Che sagoma!

Comunque, c'era sicuramente qualcosa che stavo dicendo, l'altro giorno.

Probabilmente stavo parlando delle solite cose, del diavolo, delle olive ascolane, del marmo egizio, delle combo devastanti che posso tirare fuori in Magic, del gelato alla crema o, più probabilmente, di tutte queste cose assieme, magari usandole come arguta misdirection per portare l'attenzione su qualcos'altro. 

Che poi io usi un inglesismo è raro, ma credo che "misdirection" sia proprio il termine tecnico per indicare quella tecnica che i bravi prestigiatori usano per portare l'attenzione altrui su qualcosa, in modo da garantire la riuscita del trucco. Io usavo la lingua italiana senza inglesismi e prestiti vari prima che quel cialtrone di Fusaro facesse il social-imbecille per dimostrare una forma di celodurismo linguistico reazionario e anticapitalista, che qualche altro imbecille ha osato perfino definire marxista; e allora via, sì, diamoci alle definizioni a caso, chiamiamo mozzarelline le olive ascolane e comprensibile rallentamento dei tempi il ritardo del pizzaiolo nel portarmi la pizza, che sabato pure mi sono girate le palle per il fatto che non avessero più la Peroni, e senza Peroni dove andremo a finire dico io, in un'Italia del duemila e diciotto.

Probabilmente nella stessa Italia dove, una settimana fa, pioveva come mai mi sarei aspettato, o mi sarei voluto aspettare, durante il weekend di Pasquetta, occasione più unica che rara per grigliare bestie di ogni genere su griglie e grigliette più o meno portatili, più o meno a legna, più o meno a carbonella. Più o meno simili a quelle che ho usato negli ultimi dieci, quindici anni di grigliate con gli amici, che da sempre quando mi fanno delle foto faccio delle facce terrificanti, quasi peggiori delle foto promo dei Sepultura nei primi dischi - e il fatto che l'ultima foto che mi ritrae così mi veda indossare con disinvoltura una maglietta degli Aura Noir non contribuisce.

No in effetti a pensarci non era l'ultima, ma la penultima; nell'ultima facevo il gopnik con la felpa Leone arancione, risposta italiota alla Adidas. E anche allora facevo comunque l'imbecille. Alla fine della fiera potrei riflettere sul mio gusto a mandare in merda praticamente tutte le situazioni, a fare l'imbecille, ad attirare l'attenzione, a fare l'imbecille - l'ho mica già detto? - a cercare in qualche modo di... 

...Direi di fare l'imbecille.

Effettivamente risulta fastidioso spesso, e me ne rendo conto; chi mi conosce un momento più a fondo sa di una natura più modesta, sotto la quale rimane una terza natura nuovamente imbecille, e così via, un loop di imbecillità continua, o perlomeno forse è così. Non saprei dirlo, dovrei chiedere a qualcuno che non conosco, a un passante.

Questa non è però la sede, o perlomeno l'occasione, o il post, dove parlo di me - come al solito - o rifletto su questo o quel punto di vista matto relativo a quella o questa tematica per capire chi sono, dove sono, e quanto sono imbecille. Per criticare qualcosa partendo da me stesso - sia nel senso che sono la prima cosa che critico, sia quella che uso come riferimento per criticare il prossimo, o per portare l'attenzione su qualcosa che vedo solo io, come l'Orso Gelsomino (non nel senso che solo io vedo l'Orso Gelsomino, nel senso che vedo le cose come faceva lui, e se non sapete precisamente chi sia l'Orso Gelsomino, occorre urgentemente un ripasso della letteratura di Buzzati).

Tante cose possono essere. Ad esempio l'altro giorno, sul lavoro, ho conosciuto personalmente una persona che, fino ad allora, era rimasta una voce disincarnata, sentita solo telefonicamente nei numerosi contatti che animano il palazzo entro cui la mia azienda ha sede e manipola silenziosamente il traffico dei servizi alle altre aziende - ma non farò altri nomi, per timore di ritorsioni e coltelli aziendali alla gola.

Questa persona, sinora, si era distinta essenzialmente per due difetti: l'incredibile sgarbatezza a telefono, e la sua fortissima miopia, per la quale, spesso - povera! - vedeva a fatica il monitor, creando errori e difficoltà nel lavoro di tutti gli altri. E forse, la cosa era alla base della suddetta sgarbatezza.

Eppure, questa persona, conosciuta dal vivo, ha dimostrato di essere decisamente più sulla mia lunghezza d'onda - lavorativamente parlando - del previsto. Precisa, puntuale, volta a delegare il proprio lavoro a qualcun altro solo quando indispensabile e quando sicuramente scritto e organizzato (intendi: non girare la patata bollente - e disfatta - a qualcun altro), e, soprattutto, senza paura del lavoro.

Così ha detto.

"Non dovete avere paura del lavoro" - dice - "Il lavoro deve piacervi, se no non ha senso stare qua; non dovete aver paura del lavoro, dovete essere voi a controllarlo". Parole sagge. Parole saggissime.

Parole che ti invogliano a ricordare quanto normalmente sei imbecille, e allora escono fuori tutte quelle altre cose che dicono psicologi e altri scienziati sociali dell'animo, escono fuori le "valvole di sfogo", il "bisogno di apparire", la "necessità di attenzioni", "l'uscire dai ruoli sociali" - cosa secondo cui essendo io una macchina sul lavoro devo diventare un demente appena fuori.

La cosa in effetti quadra. Esistono situazioni dove riesco ad essere particolarmente demente, o perlomeno mi piace pensare di non conoscere momenti in cui non riuscirei a buttare tutto all'aria con una battuta o una cosa del genere, è un po' un marchio di fabbrica. Come Spiderman dei primi tempi. 

Come dire.

Qualche giorno fa sono stato richiamato dalla mia responsabile; era abbastanza scocciata perché avevo involontariamente fatto un piccolo guaio. E aveva, da persona matura e buon capo qual'è, deciso di illustrarmi l'errore, sincerandosi che non lo facessi più.

"Ed allora, hai capito, ti riporto questo fit - no scusa questo feed ("feed" si pronuncia "fid", e il capo ha involontariamente detto "fit", ndr fondamentale per capire la situazione)..."

"Eh, quello lo vorrei essere io" - la interrompo.

"Cosa?"

"Fit. Vorrei esserlo io" (atletico, ndr)

Lei si ammutolisce. Poi ridacchia.


"Eh, anche io, non a caso faccio anche una dieta che mi costa miliardi ma niente... Comunque, cosa stavamo dicendo?"

"Il feed"


"Ah il feed, ecco sì, va beh insomma hai capito"

E si è calmata. 

Una misdirection tirata bene. Serissimo, puntuale, poi improvvisamente scemo. Poi di nuovo serio.

Non so dire se lo faccio apposta o no. Non so dire se sono più il personaggio serissimo, che non ha paura del lavoro, o il povero sprovveduto - nonché completamente privo di buonsenso - che fa battutacce al capo potenzialmente incazzato. Forse una combinazione di entrambe, forse serissimo più coglione diviso due, parafrasando Luttazzi.

Boh.

Chi può saperlo.

E intanto, la Pasquetta, dove sono comunque serissimo asadero e autentico coglione bevitore di Fernet - le due cose però in realtà coincidono bene - è passata. Il primo trimestre dell'anno è passato, il nuovo album dei Ninos du Brasil è uscito e io l'ho sentito, la mia dieta inizia a virare verso la modalità estiva, composta essenzialmente di pomodori, cetrioli e cose che non superino i 12° serviti, e il futuro fa finta di essere stabile. Perlomeno, c'è una sagoma di cartone rassicurante, poi dietro non so cosa ci sia, forse i sette cancelli dell'inferno, forse una terrificante maratona tv di film da poco, ma perlomeno la sagoma rassicura.

Poi si vedrà.

martedì 27 febbraio 2018

Risentire i vecchi dischi di Mauro Picotto a qualcosa serve.

Ora, il vero gioco sarebbe fare un post sul blog così - PEM! - senza preavviso, un piombino tirato sulla nuca all'improvviso, lanciato da qualche giovane bastardo camuffato nei cespugli, che senti solo il PEM sulla nuca e quando ti volti non c'è, senti solo il frusciare dei cespugli.

Il vero gioco sarebbe uscirsene così, ex abrupto, come facevo io una volta nel fiume, da bambino, a tirare colpi di fionda; non succedeva contro i passanti bensì contro i topi, ma la sostanza è la medesima.

Sarebbe bello uscirsene così con PAM qualche bella notizia, ed invece no.

L'unica notizia è che non ci sono notizie, io passo il mio tempo come al solito, cioè non tirando più sassate ma meditando, riflettendo e guardandomi intorno, esaminando la situazione della vita mia e degli altri, come al solito si potrebbe dire. Sto ancora ascoltando gli stessi dischi dal 2008, realizzando con terrore che non solo "l'ultimo disco degli Earth" è di dieci anni fa, ma che non è nemmeno l'ultimo. E peggio che mai, la maglietta che comprai dieci anni fa, promozionale per quel disco, non solo non mi entra, ma è stata anche ristampata; però non ha la banda dorata col logo del gruppo su una spalla, quindi la mia ha un valore in più. Stavo anche risentendo i vecchi dischi dei Pain, soffrendo proprio con la riflessione del "ehi, son passati dieci anni".

Di tanto in tanto, come si sa, rifletto e mi commisero da solo, pensando "Oh belin, che vita di merda che ho", per poi autoconsolarmi alcuni minuti dopo, riflettendo a mente più lucida - non dico "più fredda" perché in questo momento a Milano siamo sottozero, e mi pare di essere Artemio nella nota scena del noto film con Pozzetto, che però non cito perché in queste ore sta spopolando sui social in risposta - appunto - all'ondata di freddo, e quindi non vorrei essere banalizzato.

Fattostà che, oltre al freddo, realizzo che spesso mi preoccupo a vuoto; dev'essere il contrappasso di pensare subito alle cose, talmente subito che ci penso prima, talmente prima che mi preoccupo DECISAMENTE prima che le cose possano andare malissimo, mi prendo subito male e penso che la mia vita sarà lacrime e sangue. 

Poi, appunto, mi calmo.

Una delle cose che maggiormente mi calma, oltre alle fiondate sulla nuca dei topi e il pane intriso nella maionese, è notare piccoli eventi casuali che mi ricordano una semplice verità: non esisti solo tu al mondo. Fortunatamente, aggiungerei io.

Questo mi fa notare, per esempio, gente su Facebook che non sento da anni che scopre il suo nuovo, primo lavoro, oppure persone che sapevo essere dei trogloditi tecnologici materializzarsi su Telegram. Od ancora persone che un tempo frequentavo riapparire con una vita nuova - generalmente nel connubio, ultimamente, vista l'età, "moglie e figli", oppure colleghi di lavoro nuovi, persone mai viste e sconosciute, che se ne escono con percorsi di vita che io mi son sognato, tipo la collega più giovane di te recentemente promossa ad indeterminato, dopo solo un annetto di lavoro da quando esiste, o, per contro, la collega più anziana che rimane indietro.

Poi allora realizzo che sì, è vero che ognuno si fa un po' la sua vita. E' vero che effettivamente ciascuno è diverso e ha il suo percorso, è vero che nessuno può prevederlo. Perché altrimenti si rischia di fare come me - cosa che alla fine, flash news, facciamo tutti - si cerca di prevedere, e si sbaglia. Si cerca di applicare "il vecchio schema" al nuovo, dove il vecchio schema siamo noi. Siamo sempre andati bene nella scuola, andremo bene all'università, andremo bene sul lavoro. Quello lì era un buffone, non andrà bene nel lavoro. 

Non solo non è detto, ma è anche stupido pensarlo, me ne rendo conto. Ed è stupido cercare di confrontarsi, di paragonarsi agli altri; confrontarsi - nel senso di "cercare di trarre spunto e miglioramento" - va sempre bene, ma "confrontarsi" nel senso di "lui dovrebbe essere così" è sbagliato. Da ambo le parti. Io non ti dirò come cuocere la pasta e gestire il tuo stipendio, ma tu, possibilmente, fai altrettanto; a meno di non fare palesemente delle cavolate allucinanti, tipo cuocere la pasta con l'acqua fredda. In tal caso, guai a Dio.


mercoledì 24 gennaio 2018

In via Luigi Galvani.

L'ultima volta che ho preso la penna in mano correva l'anno del Signore millequattrocento, mese più, mese meno, più iva. L'ultima volta che ho preso una penna in mano era quella per scrivere, ed era quella che mi avevano regalato anni fa in Badoo, non in quanto detentore di servizi alla persona di valore importante, bensì perché ero un lavoratore dipendente e regolarmente stipendiato della megaditta, termine di reminiscenza fantozziana che ben esprimeva il lusso di una compagnia moderna e giovane, smart ante litteram - prima che torme di giovanottini neomaschi barbuti fondassero fallimentari startup in Italia, in ispecie a Milano - compagnia così prestigiosa da permettersi di avere le amache e la sala biliardo per i dipendenti.

A Londra, ma questo c'era.

La penna per scrivere era quella, il bersagliere ha cento penne ma l'alpin ne ha una sola, un po' più lunga un po' più nera, e i riferimenti alla lunghezza del pene si perdono, ma le canzonacce da alpino fan parte del patrimonio culturale di un Paese, come le canzoni da osteria e tante altre cose, come le olivine ascolane e il caffè.

Ma mentre rifletto sul patrimonio culturale espresso da pochi versi di canzonacce e volgarità, mentre ripenso alle filastrocche dialettali genovesi che spiegano come i giovani col borsello, se hanno il borsello, son bulicci, e come le ragazzine, dopo i tredici anni, non pensano più alle bambole ma al pisellino altrui, mentre penso a tutto questo penso che santodio, io la penna di Badoo la ho ancora.

L'ho tirata fuori giusto ieri per scriverci un po', degli appunti, delle note.

Ho segnato bene i riferimenti del mio contratto telefonico, della nuova linea installata in casa. La mia linea personale, la mia "prima bolletta", per capirci; non che non abbia mai pagato le bollette - ridendo e scherzando sono diversi anni che sono fuori casa in pressoché autonomia, ma finora mi son adeguato a pagare i contratti sottoscritti conto terzi, mentre ora pago la mia linea, intestata a me, con la fibra e vaffanculo, potrò sentire gli streaming hardbass in diretta dall'Ucraina e scaricare gazilioni di giga di vecchi dischi heavy metal, altresì irreperibili nei negozi (specie ora che il monarca, il più taccagno e pidocchioso negozio di dischi di Genova, ha chiuso), senza battere ciglio.

E insomma, voglio dire.

Mi rigiro la penna - quella di Badoo intendo - fra le dita, ne osservo la cromatura fine che mi impedisce di rosicchiarla, il destino obbligato che ogni penna, matita od altro accessorio per scrivere fa nelle mani di un maniaco pieno di compulsioni come me, e penso che alla fine, se posso dire, me lo sono anche meritato.

Per due anni consecutivi ho smaltito la gioia di avere due lavori contemporaneamente, per sopravvivere indipendentemente - la libertà ha un prezzo, come ci insegna Regina Coeli - e adesso che posso permettermi di averne uno solo, me ne libero volentieri di quest'esperienza. La consiglio, come diceva Costanzo, consigli per gli acquisti. Provatela anche voi, quest'ebrezza, il gusto di lavorare tanto e guadagnare poco, confidando nel futuro, provatela anche voi e capirete il perché ho tutte le compulsioni di cui sopra.

Non intendo lamentarmene, via, intendo solo evidenziare che è successo e che, come quando ti estrai un dente, fortunatamente è finita e non torna più.

Però, a seguito di suddetta vita - lavoro, piccola pausa, secondo lavoro, piccola, poca vita, riposo, ricominciare, posso dire di capire profondamente qualsiasi mozione lavorativa, sindacale od operaia di tutti i tempi, oltre che, naturalmente, di capire il senso di essere veramente morti al venerdì sera, altro che festa birrino selfie con bicchiere di piscio frizzante in mano. Letto, ciabatte, Car Mechanic Simulator 2015, qualche numero di JoJo. 

Non so cosa voglia dire questo, voglio dire che è così, è stata così, perlomeno. Ed io intanto mi rinfresco. Quel minimo, mi rinfresco.

E, dicevo, me lo sono meritato. Ora mi rendo conto che, se la prima parte dell'incontro è passata, se le prime tre riprese, anzi due, sono finite, ho le altre riprese, nuovi giochi nuovi giri, nuove sorprese da affrontare.

La cosa, in verità, mi galvanizza. 

venerdì 22 dicembre 2017

Natale in casa Westvale.

Morale della favola, siamo finalmente a Natale.

Oh, era anche l'ora.

Mancavano solo trecentosessantacinque giorni al Natale, che io attendo sempre con pazienza.

Coincidenza, quest'anno il Natale cade di weekend, cosa particolarmente comoda per chi lavora, almeno non si spezza la settimana, non qui a Milano, dove la settimana lavorativa è quel totem che tutti venerano, la spinta produttiva e creativa (forse) del Norditalia, quando non dell'Italia intiera. Ed io recupero il lavoro, cavalco nuovi lidi e penso al daffarsi dei prossimi mesi, pianificando e organizzando cose - i conti senza l'oste all'ennesima potenza - senza sapere propriamente "cosa mi succederà". Percepirò uno stipendio e lo terrò da conto, immagino, lavorerò come un matto e diventerò dirigente d'azienda, come ci hanno insegnato a credere.

Nel frattempo, i miei nuovi colleghi si dividono nelle più varie categorie umane, dal collega simpatico al tontolone ma buono, dal tontolone irrecuperabilmente stupido al milanesotto infausto che "non può perdere tempo" e, dietro questa arguta scusa, si lava le mani da ogni responsabilità, scaricando sugli altri settori e lavoratori ogni cosa che esuli minimamente dalle proprie competenze. Foss'anche chieder l'ora.

Mentre io son qua che lavoro benevolo ed alacre, solerte e diligente come un Tau, osservo, come al solito, l'anno passato, riflettendo su come sia stato, questa volta - o anche questa volta? - particolarmente duro. Le difficoltà si sono susseguite, gli ostacoli pure, le volte in cui ci siamo detti "ora mollo" anche, eppure miracolosamente, come quella magia che si crea quando battendo i bianchi ti ritrovi una nuvola nella terrina, senza capire come o perché siamo rimasti in circolazione.

Eppure confermo sempre, la accendiamo e prendo la busta numero tre, confermo sempre che la situazione continua a rimanere pericolosamente precaria e fastidiosa. Nessuna certezza, nessuna garanzia, nessuna stabilità. In realtà ho la sensazione di stare a fissare la vernice che asciuga, visto che in realtà, ad una velocità insignificante, le cose stanno realmente cambiando, qui e altrove, per me e per altri. Sei mesi fa o poco più un amico salutava la nascita della prima figlia, oggi la piccola saltella, un anno fa uscivo con amici a parlare del più e del meno, oggi insultiamo la categoria sociale "commercialisti ladri" e lamentiamo "i lavori in casa fatti male, coi soldi che ci ho speso". Questo solo perché siamo giovani adulti, ma essenzialmente giovani adulti liguri.

Io addobbo il mio primo albero di Natale anche nella casa di Milano, due anni che son qui e non l'avevo ancora fatto mai, vuoi per coincidenze vuoi perché sono stronzo, ma finora non ce ne era il caso. Due anni fa ero stagista, un anno fa pure, ora no, ora rimango sul posto di lavoro ancora un giorno e non faccio in tempo a tornare a casa a fare il cappon magro, ma se mi scappa una sfogliatella la preparo.

Poi ci penso e dico beh sai è inutile nascondersi dietro un mustèlide, sono un giovane adulto, me ne devo fare una ragione. Forse dobbiamo. Forse uno potrebbe anche smetterla di piagnucolare dietro all'adolescenza d'oro, almeno prima di rendersi definitivamente ridicolo, e apprezzare quanto abbiamo ora (dei soldi, per dirne una), visto e considerato che le cose importanti - almeno per me - sono ancora qui, e sono le stesse da quando avevo diciannove anni, cosa che, se vai vedendo, accadeva dieci anni fa.

I miei amici sono ancora lì.

La mia famiglia - quanto ne resta - pure.

Gli affetti sentimentali, travagliatamente, anche.

La voglia di continuare così, insomma, volendo c'è.

Qualcosa ho perso.

Qualcosa spero di recuperarlo presto.

Grazie a tutti per questo anno, è stato difficile ma anche grazie a voi siamo andati avanti.

mercoledì 15 novembre 2017

Stagioni diverse - King non c'entra.

Stagioni diverse, e periodi uguali.

Prima stavo risentendo un vecchio disco dei Crookers, e mi sono commosso. Non tanto perché mi fossi ricordato di quando ero andato a vederli dal vivo, indossando il chiodo col logo dei Venom (fatto da me, mica noccioline), con la precisa intenzione di risultare fuori posto - passando altresì da hipster totale ante litteram. Peraltro in quell'occasione avevo scommesso sull'imminente successo dei giovani Ego Troopers, in quel periodo nuova sensazione della musica underground, e avevo indovinato.

Ed in quella occasione mi feci dare del samurai da una ragazza a caso, che trovava il mio codino - fatto per smaltire il caldo disumano che sviluppi andando a ballare con il chiodo - molto da samurai, appunto, anche se io mi sentivo più simile al padre di Tatewaki Kuno - al secolo, il preside della scuola - in Ranma 1/2.

Dicevo che stavo risentendo Dr Gonzo dei Crookers. Lo risento, e mi trovo un brano che qualche anno fa sentivo sempre; la sentivo sempre e la canticchiavo ancora più spesso.

Bust'em up, bust bust bust bust'em up, bust'em up.

Rimaneva in testa.

Bust'em up, bust bust bust bust'em up, bust'em up.

Rimaneva veramente in testa.

C'era un mio caro amico che come me la canticchiava spesso. Quando lo conoscevo era coinquilino con un altro mio amico; in realtà non mi ricordo chi avessi conosciuto prima, dei due. Forse lui, forse l'altro, non mi ricordo.

Fattostà che lui pure conosceva quel brano e quel disco. La metteva agli eventi sociali del nostro gruppo di poveri disadattati, in cuffia, in autoradio, in spiaggia. La canticchiava ogni tanto con quel modo di fare a metà fra il prendermi in giro e il tirare fuori un meme interno. Poi s'è fidanzato con una, tempo breve e va ad abitare con lei. Lo vedo un pochino meno, ma gli mando ogni tanto il video, da Facebook, come dire "ti ricordi, sembra ieri". E in effetti era ieri.

Poi succede che si sposa, gli continuo a mandare i Crookers, anche io ora come meme misto ricordi. Poi lei rimane incinta, a breve avranno una figlia; gli rimando il brano, sempre via Facebook, così lei già nasce col segno giusto, gli dico, vedi che inizia ascoltando la musica giusta (avrei potuto proporre anche i Can, pensandoci, ma probabilmente era un po' troppo per una neonata, anche se forse i Faust potevano andare).

Adesso la piccola ha già qualcosa come sei mesi, forse di più. Non ricordo cos'ho mangiato ieri sera, figurati ricordarmi puntualmente quand'è nata lei. Con l'anno che ho passato, poi, figurati.

Però sto ancora sentendo quel disco, di tanto in tanto.

E mi commuovo, mi pare che il tempo sia passato a una velocità che fatico a capire. Cosa sarà stato, due, tre anni fa. Avevo venticinque, ventisei anni. Se ci pensi, a numeri non è tantissimo, da ventisei a ventinove. Da ventisette a trenta, cosa sarà. Alcune cose sono uguali, tipo il chiodo dei Venom, che è ancora lì a prendere polvere ma lo metto, quando serve. E alcune persone che conosco sono identiche, specie quelle che avevano più di trent'anni già allora, e adesso sono pressoché immutate.

Poi realizzo che in realtà è passato un casino di tempo, la distanza separa le particelle dell'atomo è un incommensurabile abisso (cit.),e pochi anni sono stati in realtà enormi. Ogni tanto ci penso, e la cosa mi mette a disagio; poi però ci ripenso, e mi mette meno a disagio. Voglio dire, in tot anni non saranno mica successe solo cose negative, no? Ho fatto cose, visto gente, imparato nuovi trucchi, beneomale la vita è andata avanti, anche se all'improvviso sei vecchissimo (cit.) e non ti aspettavi queste cose, non ti aspettavi che il tempo passasse così in fretta.

Te ne accorgi quando pensi a quante persone non frequenti più dei tuoi migliori amici dell'epoca, vuoi per sfiga, vuoi perché sei stronzo tu, vuoi perché lo sono loro. Vuoi che tre anni fa accompagnavi gli amici a studiare in biblioteca, che tu avevi appena finito e cercavi lavoro, ed oggi la biblioteca manco sai cosa sia. Vuoi che due anni fa iniziavi a lavorare come stagista dei falliti e avevi abbastanza tempo da leggere Faulkner fino alle tre del mattino - tanto non dormivi uguale, mentre oggi la voglia di leggere è zero, e passi il tempo quand'è tanto a leggerti gli ultimi numeri di Steel Ball Run, che vuoi sapere come va a finire con Diego Brando. Vuoi che hai sempre la sensazione che la vita, come già detto, abbia bussato prepotentemente alla porta delle vite tua e dei tuoi cari, qualcuno era pronto e l'ha accolta con arance e dolcetti, come si fa con Babbo Natale, qualcun'altro non era pronto ma se l'è cavata con un cinque e mezzo e al posto, qualcun'altro ancora è praticamente morto ma è tornato, alcuni non sono mai tornati, portati via dall'onda di piena e, a differenza di Sandokan, non sono stati salvati da un principe inglese.

Però le cose sono anche migliorate. Se ricollego i ricordi tutti insieme, se creo uno schema come quello dei maniaci nei film americani, con la mappa, i puntini, e i fili tutti a collegare tutto, esce anche una figura carina. Qualche anno fa, quando sentivo i Crookers alle feste, sapevo sì e no mettere insieme due uova per fare la pastafrolla. Oggi almeno la pastafrolla la so fare bene, per non voler dire di più e passare per vanesio. 

D'altronde, siamo tutti migliorati. Come nei migliori romanzi di formazione.

I quali spesso ad un certo punto finiscono, tipo così.

lunedì 6 novembre 2017

Al bar delle Vigne (parte I)

L'altra sera mi trovavo, coincidenzialmente, da Nuccio.

Diversamente dagli ambienti mitologici che descrivo usualmente per rappresentare spazi immaginari entro cui collocare dialoghi immaginari, di matrice pseudoplatonica, ovverosia con figure inventate che assolvono ruoli e conversano fra loro per suggerire al lettore idee e filosofie, Nuccio esiste veramente.

Nuccio è un baretto piccolo come il mio bagno, nelle profondità dei vicoli genovesi. Un buco con l'insegna scrostata, l'interno in legno e quella lunga, infinita trafila di oggetti e cimeli tipici di un baretto di paese o dei vicoli, i guanti da boxe, le foto di Totò, le foto in montagna del proprietario. Una parete è occupata da foto scattate in mezzo mondo, dal Pan di Zucchero al Kilimanjaro, fino ad altri posti dimenticati da Dio, tutte riprese da avventori abituali - ma avventurosi - che hanno deciso di fotografarsi con cartelli tipo "NUCCIO C'E'", e "FAN DI NUCCIO", giusto per far sapere al mondo intero che quando tornano dall'Africa vanno a bere il bianchetto da Nuccio.

Cosa che comunque faccio anche io.

Dovete sapere difatti che Nuccio è l'unico locale di Genova dove, se chiedo un "Fernando", un tipico drink argentino a base di Fernet e Cola, non mi prendono a parolacce, ma me lo servono di volata. Ed essendo io grande fan di quella bevanda, capite che è fondamentale per me.

Comunque sia, l'altra sera ero da Nuccio.

Gli ordino una bottiglia di rosso, rosso argentino, vino di Mendoza. Aperitivo incluso, due fette di salame, due patatine, aperitivi da bar anni '70, come piace a me. Niente cocktail fashion, niente snack macrobiotici, niente pinzimonio di crudites, cose vecchio stile, le migliori.

Come me.

Nel senso che sono vecchio stile.

Mi ritiro nella sala interna, c'è il biliardo e la solita serie di cimeli, come sopra. Le foto di Sea Sheperd, chissà perché; la finestra dà su vico dell'Amor Perfetto. Siamo fra amici, beviamo il rosso, facciamo sparire l'aperitivo, brindiamo festeggiamo, il rosso finisce, eeh chissà dov'è Mendoza eeh ragazzi Mendoza non è tanto in basso, è poco sopra Buenos Aires, poco sotto Cordova, fa freddo ma non freddissimo dai, il vino viene su bene.

Eeeh ci potrei andare in Argentina, i documenti li ho, Macri merda, eeh gli italiani in Argentina eeh che tempi, eeh il Boca, meno male che non sono tifoso.

Tutti ridono.

Eeh ragazzi d'altronde il lavoro manca, eeeh sapete com'è, eeh ma il lavoro vedi che ora lo trovo anche io, eeeh ed anche io, anche io invece sto in crisi, eh io ne ho uno ma che merda ragazzi eeeh c'è altro vino no caspita è finito già oh dammi un po' dal tuo bicchiere te lo sei riempito di straforo maledizione eeh arrangiati è il mio.

Eeeh ma siamo praticamente tutti senza lavoro, eeh ma d'altronde il lavoro è sempre una trappola, bisogna non farcisi coinvolgere troppo, poi diventi un automa.

"Eh ma dipende in cosa ti realizzi", mi dice una.

Mi snebbio dal vino di Mendoza, che non sembra ma lo accuso.

"Eh sì perché magari che ne so, ti realizzi nel lavoro" - dice - "Magari il tuo hobby è il lavoro, magari la tua passione è quella, anche quando esci di casa".

La stiamo tutti a sentire, qualcuno è ancora confuso per il rosso, qualcun altro tace e medita, io aspetto le reazioni altrui, qualcuno inveisce che diavolo dici, come fai a vivere senza passioni fuori dal lavoro.

"Beh magari ami una materia e ne hai fatto il tuo lavoro".

E io penso ai miei ex compari di università, chissà che fine hanno fatto; la stragrande maggioranza di loro è invecchiato male, sono diventati frutti troppo maturi, hanno assorbito l'età di quello che abbiamo studiato e sono finiti lì, letteralmente. Anziani con le facce di giovani, o giovani con le facce d'anziani. E i memes di Facebook sui trentenni invecchiati vanno a farsi benedire.

Mentre pochissimi altri sono rimasti fedeli alle loro passioni, ed io ripenso alle nostre vecchie foto di quasi dieci anni fa - pensate amici ascoltatori - usciti dall'uovo dell'università, anzi, del liceo, giovani, belli e pieni di speranze nelle nostre facoltà. Oggi qualcuno è archeologo, qualcuno insegna, qualcuno ricerca, e poi ci sono io, che sono il matto e non ho mai focalizzato il mio interesse su qualcosa per più di quarantacinque secondi.

E difatti sono l'unico che non lavora nel settore.


Sono l'unico che fa lavori noiosi per tenere ben lontano il mondo delle cose belle dal mondo del lavoro. L'unico fra noi vecchi bastardi di facoltà, intendo. Ho preferito farlo per non vedermi contaminate le cose belle con le incombenze della vita e del lavoro.


Ogni tanto ci ripenso, anche quando non sono confuso dal vino di Mendoza.

E ogni volta fingo di essere la dea Met - l'imitazione mi riesce benissimo - e peso quanto perdo del mio lavoro possibile e quanto guadagno. Peso quanto studenti lavativi, genitori disgraziati e licei persi nelle lande più disagiate della Liguria possano battere il piacere di insegnare un Seneca straordinario.

Ma io ho un cattivo carattere, si sa, e sicuramente al primo "Ma profffe, a me nonmenefregauncazzo di Seneca", so che me ne andrei sbattendo la porta. E allora preferisco leggermelo a casa mia, Seneca, al posto del Guerin Sportivo.

Poi leggo anche il Guerin Sportivo, eh.

Giusto per il gusto di non capirlo.

Insomma, pian piano il vino di Mendoza mi si snebbia, e mi viene in mente che fra un tot di mesi faccio anche tipo trent'anni, che è una fetta considerevole della mia vita, una porzione abbondante, come la porzione abbondante della pizza di Spontini.

Forse potrei iniziare a chiedermi se io, la realizzazione, la sto trovando da qualche parte, e se no, dove dovrei cercarla.


Forse.



NUCCIO C'E.